A tu per tu: incontri con l’autore – intervista ad Alberto Sinigaglia

Gentile Alberto, a scorrere, anche rapidamente, il suo percorso professionale non si può non rimanere colpiti e, personalmente, da studentessa quale sono, trovo sia un privilegio poter fare questa intervista. Dunque cominciamo: scrittore, giornalista, autore televisivo e radiofonico… C’è un momento particolare in cui è nata questa sua “vocazione” alla comunicazione?

Mi dividevo tra un liceo classico e studi musicali. Pensavo che avrei fatto il medico o il direttore d’orchestra. Frequentavo assiduamente il Teatro La Fenice, anche per i nuovi autori. Non mancavo il Festival di Musica Contemporanea della Biennale. Sebbene fossi un ragazzo, i critici rispondevano alle mie domande. Uno di loro mi chiamò alla vigilia del Festival nel settembre 1964. Non stava bene e non sarebbe potuto venire a Venezia. Mi chiese di sostituirlo. Accettai. Fui accreditato all’ufficio stampa. Assistetti alla prima esecuzione assoluta dell’opera Hyperion di Bruno Maderna. Scrissi l’articolo per il quotidiano L’Arena di Verona. Avevo sedici anni. Non avrei più smesso. Finito il liceo, entravo alla Arnoldo Mondadori Editore, arruolato nei settimanali lo stesso anno in cui entravo all’università e in una scuola guida.

E quando ha capito che scrivere sarebbe stato ciò che doveva fare nella vita?

Da quel primo articolo sentii che non avrei potuto fare un altro mestiere. Epoca e Panorama sono stati una grande scuola di giornalismo. La direzione letteraria della Mondadori, alla quale Vittorio Sereni mi invitò a collaborare, è stata una grande scuola di editoria e un magnifico crocevia di poeti, scrittori, saggisti, con alcuni dei quali avrei avuto rapporti molto amichevoli: Buzzati, Montale, Marino Moretti, Palazzeschi, Ungaretti, Bacchelli… In quegli anni milanesi frequentai il Corriere della Sera, L’Europeo e alcuni giornalisti importanti: Arrigo Benedetti, Camilla Cederna, Oriana Fallaci, Enzo Biagi, Alberto Cavallari, Giulio De Benedetti, allora leggendario direttore de La Stampa. Fu lui a suggerire il mio nome al suo successore Alberto Ronchey, che mi chiamò a Torino.

Mi lasci dire che il suo percorso intellettuale e umano è assolutamente entusiasmate e sembra nato per riempire i cuori dei giovani di speranze. Ma veniamo alla sua ultima pubblicazione per i tipi della Biblioteca: La zanzara, il gallo e l’oboe è senz’altro un’opera singolare all’interno della sua produzione, non fosse altro per il fatto che si tratta di un lavoro destinato ai più giovani. Ci può dire qualcosa di più sulla sua genesi?

Mio figlio Andrea da bambino non si addormentava senza ascoltare una favola. Provai ad allontanarmi dal repertorio classico con tre favolette morali da me scritte in versi. Non so come, mi trovai a parlarne con Emanuele Luzzati, grande scenografo, pittore, illustratore. E grande amico. Volle che gliele mandassi. Le apprezzò al punto da volerle illustrare. Mi chiamò per dirmi che ci stava lavorando. Morì qualche mese dopo. E alla Zanzara, al Gallo e all’Oboe non pensai più fino a quando non rividi Paolo Ruffilli e gliele affidai per la Biblioteca dei Leoni.

La collaborazione con Ugo Nespolo ha esiti a mio avviso felicissimi, di piena e reciproca corrispondenza. Ma quando e come è nata?

Ugo Nespolo è un artista meraviglioso, ci lega una lunga consonanza personale e intellettuale. Il mio lavoro alle pagine culturali de La Stampa mi ha portato a conoscere, oltre agli scrittori, scienziati, architetti e artisti. Nespolo, anche perché residente a Torino, è tra le amicizie nate dagli incontri di lavoro. Ha uno stile diverso da Luzzati, ma efficace, stimolante, coinvolgente, intelligente e ironico.

Lavorerete ancora insieme?

Ne abbiamo voglia e in molti ci incoraggiano a farlo. Mi auguro proprio di sì.

Devo confessarle che le sue filastrocche, o parabolette come lei le definisce, mi sono piaciute in modo speciale, lievi e profonde assieme, destinate ai bambini, ma anche, e forse maggiormente, a chi bambino è stato e non lo è più. Un po’ come le poesie di Gianni Rodari. Ciò che mi colpisce, al di là della piacevolezza dello stile, è la presenza di un tema a me caro, che mi sembra sotteso nel suo lavoro, ovvero quello dell’alterità e del diritto di ciascuno ad essere se stesso, con tutto il carico dei suoi sogni e delle sue aspirazioni. Condivide questa mia opinione?

Anche Gianni Rodari era un giornalista. Il mestiere lo portava tutti i giorni a guardare la società, a occuparsi degli altri. Nel mio lavoro, nella mia vita, non perdo mai di vista l’umano, la comprensione dell’altro, dei diritti dell’altro.

Infine una domanda che, per consuetudine, chiude questa piccola rubrica: ci sono già nuovi progetti attorno a cui sta lavorando? Ce ne può parlare?

Della Biblioteca dei Leoni è appena uscito un altro mio libro: Il Pappagallo e il Doge, tredici racconti “veri”, nel senso che si tratta di personaggi esistiti, in parte celebri, e di episodi realmente avvenuti. Non vorrei montarmi la testa, ma se penserà che meritino un’altra intervista, tornerò volentieri a dialogare con lei.

Naturalmente sarò felicissima di poter di nuovo parlare con lei delle sue opere e la ringrazio davvero di cuore per il tempo che ha voluto regalarci e per la disponibilità con cui lo ha fatto. È stato un grande piacere avere l’occasione di conoscerla meglio. A presto.

 

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Alberto Sinigaglia e Ugo Nespolo: la sinossi del loro “La zanzara, il gallo e l’oboe”

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Tre delicatissime filastrocche che hanno per protagonisti due animali, la zanzara e il gallo, e uno strumento musicale, l’oboe. Parabolette le chiama l’autore, Alberto Sinigaglia, alludendo alle similitudini che animali e cose hanno con i fatti della vita. Così, a ritmo lento e cadenzato, la zanzara si lamenta di essere perseguitata ed esclusa dalla società, il gallo si riconosce il merito di risvegliare dal sonno per rimettere ogni giorno in movimento la vita che rischierebbe di perdersi nell’assenza, l’oboe che stanco del gioco di squadra nell’orchestra aspira al ruolo di solista. Le storie sono illustrate dalla mano fatata di Ugo Nespolo, la cui pittura è da sempre strettamente legata al vivere quotidiano ed è capace di estrapolare ogni cosa dal suo uso comune e fargli acquistare valore di opera d’arte.

Alberto Sinigaglia, veneziano, giornalista, collabora a «La Stampa». Entrato come redattore politico nel 1970, dopo aver lavorato ai periodici Mondadori, nel 1975 ha guidato la redazione che fondava il settimanale «Tuttolibri» per assumere poi la responsabilità della Terza pagina e dei servizi culturali del grande quotidiano. Insegna giornalismo al Dipartimento di Politiche, culture e società dell’Università di Torino. È presidente dell’Ordine dei giornalisti del Piemonte e della Fondazione Filippo Burzio, direttore della collana «Classici del giornalismo» di Nino Aragno Editore,   direttore scientifico del Festival Passepartout di Asti. Ha ideato con Vera Slepoj la rassegna «Una Montagna di Libri» a Cortina d’Ampezzo. Autore radiofonico e televisivo, ha firmato tra l’altro «Vent’anni al 2000» su Rai3 e «Addio al Novecento» su Rai.Radio3, dialoghi con i maggiori intellettuali italiani.

Ugo Nespolo nasce nel 1941 a Mosso (BI), si diploma all’Accademia Albertina di Belle Arti a Torino e si laurea in Lettere moderne. Negli anni Sessanta si trasferisce a New York, dove subisce il fascino della nascente Pop Art, mentre negli anni Settanta milita negli ambienti concettuali e poveristi. Fonda con Mario Schifano il Cinema degli artisti e tra il 1967 e il 1968 realizza numerosi film che hanno come protagonisti gli amici e colleghi Enrico Baj, Michelangelo Pistoletto e Lucio Fontana.

Nonostante le contaminazioni americane non dimentica gli insegnamenti delle avanguardie europee e marcata è l’influenza di Fortunato Depero, dal quale Nespolo trae il concetto di un’arte ludica che pervade ogni aspetto della vita quotidiana. Il concetto di arte e vita (che è anche il titolo di un libro pubblicato dall’artista nel 1998) sta alla base dell’espressività di Nespolo ed è eredità del movimento Futurista: Manifesto per la ricostruzione futurista dell’universo (1915). Di qui anche il suo interesse per il design, l’arte applicata e la sperimentazione creativa in disparati ambiti, quali la grafica pubblicitaria, l’illustrazione, l’abbigliamento, scenografie e costumi di opere liriche. La sua ricerca spazia anche dal punto di vista dei materiali. Lavora con su molteplici supporti e con tecniche differenziate: legno, metallo, vetro, ceramica, stoffa, pietre preziose.

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Alberto Sinigaglia: la sinossi del suo “Il pappagallo e il doge”

Il pappagallo e il Doge x ISBN

Storie di una vita, attraversata e determinata dalla lunga professione di giornalista: la cronaca delle occasioni e dei giorni si fa racconto d’avventura e Ugo Pratt, Mario Soldati, Aldo Palazzeschi, Massimo Mila, Enzo Biagi, Indro Montanelli, Giovanni Spadolini sono i personaggi di queste storie. Storie di una vita, di incontri, di amicizie e di esperienze straordinarie.

Alberto Sinigaglia, veneziano, giornalista e scrittore, collabora a «La Stampa» fin dal 1970 e vive a Torino. Entrato come redattore politico, dopo aver lavorato ai periodici Mondadori, nel 1975 ha guidato la redazione che fondava il settimanale «Tuttolibri» per assumere poi la responsabilità della Terza pagina e dei servizi culturali del grande quotidiano. Insegna giornalismo al Dipartimento di Politiche, culture e società dell’Università di Torino. È presidente dell’Ordine dei giornalisti del Piemonte e della Fondazione Filippo Burzio, presidente del Comitato scientifico della Fondazione Cesare Pavese, direttore della collana «Classici del giornalismo» di Nino Aragno Editore, direttore scientifico del Festival Passepartout di Asti. Ha ideato con Vera Slepoj la rassegna «Una Montagna di Libri» a Cortina d’Ampezzo. Autore radiofonico e televisivo, ha firmato tra l’altro «Vent’anni al 2000» su Rai3 e «Addio al Novecento» su Rai.Radio3, dialoghi con i maggiori intellettuali italiani.

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A tu per tu: incontri con l’autore – intervista a Federica Nuccio e Roberta Vottero

Gentilissime Federica e Roberta, grazie per questa occasione per sapere qualcosa di più sul vostro lavoro e per farvi conoscere ai lettori della “Biblioteca”. Partiamo dall’inizio: come è nata la vostra vocazione alla scrittura e all’illustrazione per l’infanzia e qual è il vostro percorso?

Federica: Da piccola mia nonna pittrice mi metteva gli oggetti sul tavolo e me li faceva disegnare, così ho scoperto che era il mio gioco preferito. Non ho mai smesso di disegnare anche se il mio percorso di studi non ha portato subito al disegno. Con l’Istituto Europeo di design ho capito che la mia passione era l’illustrazione per l’infanzia.

Roberta: Fin da piccola sono sempre stata affascinata dai libri illustrati, all’epoca c’erano anche le fiabe sonore (libri o fascicoli con allegata la narrazione su disco o audiocassetta), nel tempo libero disegnavo e disegnavo. Così, da grande, quando è stata ora di decidere cosa avrei voluto fare, direi che non ho avuto dubbi: illustrare libri!

E la vostra collaborazione? Quando vi siete conosciute e come è nato il vostro sodalizio?

Roberta e Federica: Ci siamo conosciute facendo cartoni animati per Lastrego&Testa multimedia, una animava e l’altra realizzava le scenografie. Ma, nel tempo libero, progettavamo insieme libri illustrati. Eravamo vicine di “banco” e quella è stata la fine… e anche l’inizio. La fine, perché ci siamo staccate dallo Studio (anche se lì abbiamo imparato molto); l’inizio, perché ci siamo potute dedicare totalmente all’illustrazione e ai nostri progetti.

Lavorare in due: quali sono i vantaggi e quali le difficoltà?

Roberta e Federica: Difficoltà nessuna! Strano a dirsi (siamo due donne), ma vero! Invece di litigare ci facciamo due risate! Abbiamo gli stessi gusti in termini di scelte cromatiche sia sul lavoro che fuori. A volte ci incontriamo per un appuntamento di lavoro e sembra di guardarsi allo specchio: pantaloni e maglietta dello stesso colore… quasi imbarazzante. Altro vantaggio è, avendo entrambe due figli, di avere a disposizione quattro bambini di età diverse ai quali sottoporre le nostre idee che ci fanno da editor!

Un simpatico elefante, delle scarpe straordinarie e un giallo per i più piccoli. Qual è la genesi di questa bella idea?

Federica: Volevamo realizzare una storiella che divertisse i nostri bimbi e li coinvolgesse. Siccome loro si divertivano con Richard Scarry abbiamo pensato: perché non un giallo per i più piccoli?

A me sembra che questo libro, oltre a voler divertire, voglia anche educare, prima di tutto all’accettazione della diversità come, semplicemente, un altro modo di essere normali e se stessi. È un’impressione che condividete?

Roberta e Federica: Sì, è una cosa voluta. Abbiamo inserito l’elefante proprio per questo, perché, essendo fuori misura, poteva essere il simbolo del diverso. Gli amici, però, non lo vedono come tale!

A quale fascia d’età è rivolto il vostro lavoro? Lo chiedo perché talvolta ho l’impressione che i libri per bambini facciano molto bene anche ai più grandi.

Roberta e Federica: Noi continuiamo a comprare libri per l’infanzia e ci emozioniamo a leggerli anche se ne abbiamo 40! Speriamo valga per tutti…

Progetti per il prossimo futuro?

Roberta e Federica: Certo progetti ne abbiamo sempre in cantiere, perché ferme non riusciamo a stare… per adesso, come autrici, stiamo pensando a un progetto con temi sociali che sembrerebbero per adulti, ma declinati per i più piccoli.

Bene. Grazie davvero per la vostra disponibilità e per averci dato modo di sapere qualcosa in più su di voi, è stato davvero un piacere. A presto.

Nota ai lettori: potete trovare le nostre due autrici anche sul loro sito, Funnybooks; Passatele a trovare!

Le scarpe di Noah x ISBN

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A tu per tu: incontri con l’autore – intervista a Marco Zanetto

Gentile professor Zanetto, innanzitutto grazie per regalarci un poco del suo tempo e darci l’occasione di conoscerla meglio. Leggendo la sua biografia il suo percorso non può non colpire e destare interesse. Come è iniziata la sua passione per la Storia, in particolare per quella veneziana?

La mia passione per la storia, ed in particolare per quella di Venezia, nasce sin da quando ero bambino: mia madre era prof alle Superiori, ed io passavo parte del tempo a leggere, nei libri di testo che si adottavano, le pochissime righe che parlavano della Repubblica lagunare. Le rileggevo di continuo, ma pensavo: che poco che c’è scritto! Da grande scriverò io molto di più! Avrò certo dei difetti, ma almeno sono una persona di parola.

C’è qualche episodio significativo o esemplare che possa aiutare, soprattutto i lettori più giovani, a comprendere ed amare la sua disciplina?

La storia siamo noi, e questo vale in particolar modo a Venezia, che gronda, in poco spazio fisico, arte e vicende umane a non finire. Nel 2008 a Firenze hanno pubblicato un mio volume, vincitore di un concorso, sulle Donne Veneziane nel corso dei secoli, dai Veneti antichi all’Ottocento, sulle loro sensibilità e sulle loro volontà. Ho voluto dedicare il contenuto del testo alla coralità dell’elemento femminile in laguna, alla sua evoluzione interessantissima e alla grande considerazione che le donne hanno goduto dalle nostre parti, specie a Venezia.

Altro che il solito libro su una cortigiana, su una poetessa, su una pittrice: le donne a Venezia vanno colte nelle loro libertà e nel loro contesto umano, sia quelle segnalate dai libri di storia specifici, sia quelle che ci hanno lasciato comunque documenti importantissimi per comprendere l’essenza della vita lagunare. Esse godevano della personalità giuridica, potevano testimoniare, potevano essere esecutrici testamentarie, potevano commerciare, avevano una loro educazione, la loro attenzione ai dettagli artistici ha fatto la fortuna della bellezza di Venezia.

Venezia è femmina, Venezia è bella, sottolineano le cronache di tutte le epoche. Un esempio tangibile: all’inizio degli anni Settanta del Seicento, Venezia ha appena subito la perdita di Candia (Creta), per la guerra quasi venticinquennale, ha sborsato 24 milioni di zecchini per l’apparato bellico, il commercio è in crisi. Eppure, la città e il suo Stato si risollevano. Sa come? Anche grazie alle “Provvigioni patrizie”, denaro versato dallo Stato per l’educazione delle ragazzine delle famiglie in difficoltà, che magari avevano perso il padre in guerra contro i Turchi, e non solo alle patrizie, ma a tutte quelle bisognose e meritevoli.

Reagire alle difficoltà di tutti i tipi con la cultura, con ancora più cultura, anche al femminile per il femminile: è questa una grande lezione storica della Repubblica di Venezia. Pensi pure a quello che succede adesso, con la questione delle donne nel mondo del lavoro!

E quest’opera in particolare, quale è stata la sua genesi, l’idea primigenia che l’ha spinta a scriverla?

La genesi culturale del mio volume pubblicato dalla Biblioteca dei Leoni accompagna da sempre la mia attività di studioso: dimostrare che la tanto conclamata decadenza veneziana dal XVI secolo in poi è una amena favoletta: lo dimostrano le statistiche, le cifre economiche pubbliche e private, gli scritti degli stranieri coevi. Gli ambasciatori hanno avuto un gran ruolo nel mantenimento ad altissimi livelli della realtà complessiva dello Stato marciano: niente decadenza o senescenza che dir si voglia, dunque.

Ma perché nasce questa amena favoletta (vorrei dire termini assai meno edulcorati, ma cerco di contenermi)? Nell’Ottocento francesi ed inglesi, invidiosi della irripetibile storia lagunare, iniziano a tessere questa trama fittizia della decadenza, ripresa purtroppo, e rinfocolata, dall’unità d’Italia. Bisogna fare gli italiani, si diceva allora. Come? Esaltando acriticamente la pur straordinaria storia di Roma, unificatrice dei tanti popoli antichi della penisola, esaltare il Rinascimento artistico e bollare politicamente le tante divisioni in Stati in lotta fra loro. Ecco che Firenze diventa il simbolo fagocitante di tutto ciò, e non a caso diventa capitale nel traferimento da Torino a Roma: straordinari letterati e artisti, ma vita politica litigiosa e dilaniata dalle fazioni, quindi la perdita della libertà a causa dell’invasione straniera da parte di una nazione compatta ed unita, Francia o Spagna non fa differenza (e vale per quasi tutta l’Italia, ma, si sa, non per Venezia). Nell’enfasi del periodo, ci si è dimenticati della Repubblica marciana e della sua storia sociale e artistica (50% pigrizia mentale, 50% pura malafede).

Ancora oggi è così, se non si parla malissimo della Repubblica dal XVI secolo in poi non si ottengono cattedre universitarie: ecco perché, pur con le mie numerose collaborazioni fisse in vari Istituti Culturali, mi pregio – pur con i miei difetti – di essere un libero studioso.

Venezia, lungo i secoli, è sempre stata un crogiolo delle più diverse culture e, al tempo stesso, ha mantenuto una sua irripetibile peculiarità. Mi pare che questo si possa affermare anche per la vita politica della Serenissima. Se sì, a suo avviso, in cosa consiste una simile peculiarità?

Ha perfettamente ragione: la peculiarità della vita politica a Venezia è eccezionale, meritocratica nel senso più profondo del termine: ogni patrizio poteva – se lo meritava – diventare Doge.

Intanto, tutte le cariche erano sempre collegiali, a rotazione, soggette a controlli da parte di altri organismi, era una società sempre sul piano elettorale: al ritorno dalle mude estive, alla fine di settembre, i patrizi si riunivano nel Palazzo Ducale per partecipare alle elezioni: ad esempio, un membro del famoso Consiglio dei Dieci poteva restare in carica per un periodo variabile, nelle varie epoche, dagli otto mesi ad un anno, poi doveva “restare al palo” per un po’, e in un secondo momento poteva di nuovo partecipare alle elezioni.

Vincevano quasi sempre i più meritevoli, il Senato era considerato il “Consiglio d’Azienda” non soltanto dei patrizi, ma di tutta la città.

Il Doge, unica carica a vita, era il simbolo dell’unità di intenti di tutto lo Stato, ma non aveva reale gestione di potere, e ciò sin dal 1297-1323, da quando si stabilizzano al potere tutte le famiglie lagunari di un certo livello (la “Serrata”, che in realtà è un ampliamento del numero di coloro i quali erano insediati nel Maggior Consiglio). Le altre famiglie, al momento “serrate”, potevano però entrare a far parte del patriziato o per meriti particolari di un singolo, che poi avrebbe lasciato il posto ai discendenti, o per aver versato allo Stato 100.000 zecchini per aiutarlo nelle difficili contingenze belliche o pestilenziali.

Nel suo bel libro lei parla di quel patrimonio comune del sentire che dà vita ad una sorta di “Mito di Venezia”. Di cosa si tratta?

Tutto ciò significa molte cose. Rifiuto della violenza, dal XIV secolo, per risolvere qualsivoglia contrasto interno alla città; il reciproco interesse dei patrizi e dei non patrizi a far fiorire e rifiorire di continuo i commerci marittimi, anima non solo economica dello Stato; e poi l’interesse a mantenere una qualità della vita che altrove non aveva alcun riscontro (leggete le pagine dei veneziani, degli italiani, degli stranieri…), la certezza, per tutti, di avere un lavoro, un vitto, un alloggio, di poter partecipare, a volte da primattori, alla spumeggiante vita sociale lagunare; il familiare riconoscimento di una vita “gomito a gomito” fra patrizi e non patrizi, i palazzi sontuosi che sorgono senza soluzione di continuità fra abitazioni “normali”, poiché non si temono reciproci attacchi, la bellezza diffusa, la Venezia protagonista delle opere a stampa, il Palazzo Ducale architettonicamente aperto, elegante, non militarizzato, così diverso dal maniero del Palazzo fiorentino, pubblico o privato… e ancora, la benevola accoglienza delle comunità straniere (gli ebrei – i Rabbini, fra l’altro, da Leon da Modena a Simon Luzzatto, lodano la lealtà della Repubblica nei confronti della loro comunità – gli ebrei, dicevamo, e gli “infedeli”, i protestanti, gli armeni, i dalmati, gli albanesi, gli italiani…), uccisioni, violenze ridotte al minimo possibile. Questo, tutto questo è il “Mito di Venezia”.

Città in bilico tra Oriente e Occidente, fragile eppure capace di tener testa ai più potenti imperi. Luogo di intrighi, ma anche di libertà del pensiero. Il fascino di Venezia davvero ci appare irresistibile e il suo libro sembra ancora una volta testimoniarlo. È d’accordo?

Certo, il fascino complessivo dell’apparato marciano è anche il fascino del suo ceto ambasciatoriale: esso deve riferire sistematicamente, per iscritto, al Palazzo Ducale, su tutto quanto è successo o non successo.

Gli ambasciatori si sentono “in prima linea” a Parigi, a Istanbul, a Londra, a Madrid, a Vienna, nel difendere il fascino ed il prestigio del loro casato e della Repubblica tutta, e sanno che, se sbagliano, se fanno una brutta figura, la loro carriera politica e ambasciatoriale rischia seriamente di essere stroncata: terribile, per loro, ma terribile anche per il presente ed il futuro delle loro famiglie, offuscate da un fallimento personale.

Sono stati eletti alle varie ambasciate uno ad uno: come possono deludere i loro sodali? Naturalmente, dal XVI secolo, sono tutti patrizi e sono incaricati per un tempo ben preciso, di solito un paio d’anni. Come sempre succede, pagano di tasca propria: se si vogliono incarichi importanti, occorre sborsare molto denaro, sia per la campagna elettorale, sia per condurre l’incarico con il dovuto stile di vita (sarà un problema, dal XVI secolo, per i patrizi non troppo ricchi, concorrere a tali prestigiosissime cariche: una questione spinosa che resterà ancora insoluta al cadere della Repubblica).

Una considerazione: sono 834 gli incarichi attingibili dai patrizi: i meno significativi danno diritto ad uno stipendio, quelli più significativi sono gratis per lo Stato, poiché si presuppone giustamente che chi li ottiene non abbia problemi economici.

Insomma, ecco un’altra lezione, stavolta dai Veneziani all’estero: meglio spendere per il buon mantenimento della salvaguardia dell’ecosistema lagunare, meglio spendere per le associazioni benefiche, meglio spendere per accrescere ulteriormente lo splendore di Venezia: che lezione di vita, che lezione…

Un’ultima domanda, consueta in questo nostro spazio: ci sono nuovi progetti editoriali? Ce ne può parlare?

I progetti editoriali che ho in mente sono tanti, come gli argomenti delle conferenze che tengo settimanalmente; mi piacerebbe collaborare ancora con la Biblioteca dei Leoni, e magari potermi divertire a rispondere a domande intelligenti come queste: nella mia esperienza di studioso, ho notato che, se mi piace un argomento, se mi diverto a scriverne o a parlarne, tutto ciò si riflette positivamente su chi ha la gentilezza di leggermi e di ascoltarmi: l’entusiasmo con cui propongo le mie modeste riflessioni al pubblico è apprezzato, lo capiscono “vivo”, “vissuto”, e ciò aumenta l’interesse delle persone verso i miei studi.

Spero, in questa mia intervista, di non aver annoiato nessuno, e se per caso è successo, crediate, non l’ho fatto apposta.

Nessuna noia, anzi, la ringraziamo davvero per la sua cortesia e la sua disponibilità. È stato un piacere avere questa occasione. A presto.

 

La Diplomazia della Repubblica x ISBN

Sinossi: Centro di collegamento tra Oriente ed Occidente, luogo di contatto tra mondi, religioni, economie, filosofie di vita diversissime, Venezia permane, fino al suo tramonto, un grandioso centro brulicante di attività culturali e pratiche ai più alti livelli qualitativi. Sin dal IX secolo, tra le infinite trame che la vicenda storica lagunare sta cominciando ad intessere, vi è anche quella inerente all’attività diplomatica e ambasciatoriale. Generazioni di uomini vi dedicano le loro migliori risorse e un impegno rigoroso che contempla, come appare dalle celebri Relazioni degli Ambasciatori, il riconoscimento di una vera e superiore etica dello Stato. Una storia affascinante da studiare e comprendere, intrisa di quella sedimentata impronta culturale che ha messo radici profonde in tutte le classi sociali, divenendo patrimonio comune e sentitissimo nell’animo dei cittadini, e che costituisce sostanzialmente la realtà storica del “Mito di Venezia”.

Marco Zanetto vive a Venezia ed è professore di storia triveneta, collaboratore dell’ISE e del Pontificio Ateneo “Antonianum”, vicepresidente dell’associazione Cavalieri di San Marco. Pubblicazioni: Mito di Venezia ed Antimito negli scritti del Seicento veneziano, Venezia 1991; Il Discorso Aristocratico: un saggio politico nella Venezia del Seicento, Firenze 1996; 1797: Venezia dopo la Serenissima. Suggestioni e realtà di un’epoca memorabile, Venezia 1997, Collana Venezia e l’Europa. Autore di Studi Storici (conferenze registrate e trascritte), uscite finora le prime sette pubblicazioni, Venezia 1999-2006.

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A tu per tu: incontri con l’autore – Gian Nicola Pittalis

Ciao Gian Nicola, è un piacere avere l’occasione di parlarti e di conoscere qualcosa di più su di te e sulla tua ricca attività culturale. Quale è stato, sin qui, il tuo percorso?

Ho iniziato come tutti diventando pubblicista e, nel frattempo, mi specializzavo in comunicazione e agenzie di stampa senza perdere mai di vista il mio vero amore: il giornalismo. Infatti collaboro con tutte le testate venete del gruppo Finegil e con la Gazzetta dello sport. Poi sono diventato professionista e, come direttore di alcune testate, mi hanno proposto di collaborare alla stesura di alcuni libri in veste sia di scrittore che di ricercatore. A quel punto ho tirato fuori la mia laurea in archeologia e ho rimesso mano ai volumi per trovare storie, foto, materiale d’archivio. Ho unito così gli studi alla mia professione fino a togliermi la soddisfazione di realizzare un libro con mio padre (I condottieri della Serenissima) e L’Inquisizione a Venezia, che è, a tutti gli effetti, il mio primo libro da solo. A oggi, fra le altre cose, sono anche portavoce dell’Associazione Artigianato Padovano e Polesano Piccole e Medie Imprese.

Giornalista e storico. Come si conciliano queste attività, complementari, ma anche diverse?

Amore per il lavoro e passione. Ecco i miei segreti. Il giornalista è anche un po’ uno storico. Deve valutare i fatti, scrivere un’inchiesta e andare indietro nel tempo per cercare tutti i dati e accertarne i fatti. È un nostro dovere. Prima di tutto la veridicità di ciò che si scrive. Come mi ha insegnato il mio maestro Orazio Carrubba, “tutto deve essere accertato. Non si deve mai sentire una sola campana, ma avere le prove di quanto si sostiene”. Come non dimenticherò mai le parole di un grande giornalista come Giorgio Lago, “Una volta appurati i fatti, scrivi come se ti dovesse leggere la nonnina di Portobuffolè con la terza elementare. Se ti fai capire da lei, ti capirà anche il professore universitario”. Non sono uno storico, ma un giornalista che racconta la storia.

E questo libro? Qual è la sua genesi?

Nasce tutto con una scommessa con l’editore. Dopo il successo dei Condottieri mi è arrivata la sfida. “Te la senti di fare un libro tutto tuo? Scegli tu l’argomento”. Da buon laureato in materie storico-umanistiche la tentazione dell’Inquisizione è stata troppo forte. Ho fatto la mia proposta e l’editore mi ha dato subito l’ok. Non ho aspettato un giorno e mi sono messo al lavoro. Impresa non facile, perché molti documenti sono andati perduti, ma penso di aver superato la prova.

Venezia è stata sovente un rifugio per chi volesse sfuggire ai rigori dell’Inquisizione e ha mantenuto spesso una posizione fortemente autonoma. Tuttavia non è stato in ogni caso così, si pensi alla vicenda di Giordano Bruno. Se si può sintetizzare, quale fu il vero rapporto tra la Serenissima e il Sant’Uffizio?

Più che altro la Repubblica ha “sopportato” il Sant’Uffizio. Ha cercato in ogni modo di mantenere una sua autonomia dalla Chiesa, tanto che ha creato la figura dei Savi per controllare l’operato dell’Inquisitore. Venezia non amava i roghi, non sopportava le grandi manifestazioni di piazza con l’auto da fé, non esibiva ai suoi abitanti le punizioni o le torture. Questo non vuol dire che anche Venezia non abbia avuto le sue vittime, ma salvò la vita a Veronese, a Galilei. Con Giordano Bruno il discorso fu diverso. Si trattava più di politica che di eresia. Bruno era un uomo coltissimo per l’epoca; si confrontava con luterani, calvinisti, ebrei. Aveva concepito un suo modo di vedere la Chiesa e aveva un enorme seguito. Doveva essere fermato e l’accusa arrivò da un nobile che lo aveva richiesto come maestro. Il problema è che tra i due c’era un abisso culturale e questo per un nobile era inaccettabile; arrivò l’accusa di eresia. Il processo durò anni e Bruno ribatté accusa su accusa mettendo anche in difficoltà il tribunale. Come si faceva a processare uno come lui… Alla fine anche Venezia si arrese, ma non volle essere complice del crimine che si stava perpetrando verso Giordano Bruno, che, infatti, non fu ucciso a Venezia. Diverso il discorso per Paolo Sarpi, che sfuggì ai sicari della Chiesa e morì di vecchiaia protetto da Venezia.

Cosa debbono attendersi i lettori dal tuo bel lavoro?  Va inteso esclusivamente come un saggio storico o è anche un modo per penetrare nel costume, lungo i secoli, della Repubblica?

Non sono uno storico e non ho velleità per esserlo. Io racconto un periodo buio lungo trecento anni. E lo faccio da giornalista, cogliendone le curiosità, raccontando le storie della povera gente, dalle suore alle prostitute, dal panettiere alla donna che conosceva il potere delle erbe. Così si arriva a scoprire che l’Inquisizione finisce a Venezia con l’arrivo di Napoleone, che fa sparire tutte le relazioni del tribunale. Come non c’era più l’Inquisitore in Francia non poteva esserci a Venezia, che, in quegli anni, dava dimostrazione (forse la più alta) della sua arte, dalla musica alla pittura. Per i nobili era facile scampare al rogo e finire al remo. A Venezia l’Inquisizione non era pagata dal dogado come accadeva in Spagna, nelle Fiandre, in Germania o nei Paesi Bassi. L’Inquisizione doveva sostenersi da sola e Venezia, di suo, non poteva rinunciare ai commerci con il Fontego dei Tedeschi o il Ghetto. Allora quale soluzione migliore di convertire la pena capitale con l’esproprio di ogni bene per pagare guardie, notai e scrivani? Certo, questa fortuna non poteva averla la povera gente. Ma la storia la fanno loro: gli ultimi.

Chiudiamo con una domanda che, in questa piccola rubrica, ci è consueta. Ci sono altri progetti editoriali in vista? Ce ne puoi parlare?

Ci sono. Non lo nascondo e ne ho già parlato con l’editore. Sarà un argomento più moderno, anch’esso fatto di ricerca. Raccontato dalla voce di piccoli e grandi protagonisti. E sempre alla mia maniera. L’argomento? Sono scaramantico, non lo nego, per cui basterà solo aspettare un po’.

Grazie davvero per la tua disponibilità. A presto.

 

L'inquisizione a VE x ISBN

 

Storie di uomini, processi, eretici, streghe, vittime e carnefici. L’Inquisizione a Venezia, il Sant’Uffizio, le condanne, i patiboli. Giordano Bruno e Galileo, Veronese e Paolo Sarpi, dogi e papi. Ma  la Serenissima non ha mai acceso un rogo per eretici o per streghe. Venezia ha rimarcato la sua autonomia anche negli anni bui dell’Inquisizione. Dal Medioevo all’Illuminismo, l’ultimo inquisitore è cancellato da Napoleone.

Gian Nicola Pittalis, 42 anni, dopo la laurea in lettere classiche a Ca’ Foscari ha intrapreso l’attività di giornalista come free lance. È collaboratore fisso da molti anni dei quotidiani del gruppo L’Espresso nel Veneto. Dirige un settimanale online. È portavoce dell’Associazione Artigianato Padovano e Polesano Piccole e Medie Imprese. Questo è il suo primo libro; nel 2016 aveva pubblicato con Biblioteca dei Leoni I grandi condottieri della Serenissima, scritto in collaborazione con il padre Edoardo, noto giornalista e scrittore.

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Federica Nuccio e Roberta Vottero: la sinossi del loro “Le Scarpe di Noah”

Le scarpe di Noah x ISBN

Noah, il piccolo elefante, è un tipo molto simpatico, un po’ goffo e con grossi piedoni. Trovare un paio di scarpe per lui non è certo un’impresa facile. Ma un giorno la mamma lo porta al negozio dei castori. Lì ci sono scarpe di tutti i tipi e quelle a bomba sono perfette per Noah.

L’elefantino è felicissimo, ma… ahimè, prima inciampa malamente su un sasso e poi… le scarpe improvvisamente scompaiono, qualcuno le ha rubate! Un giallo in piena regola adatto ai più piccini, con tanto di soluzione a sorpresa della misteriosa sparizione delle bellissime scarpe dell’elefantino Noah, disperato per un furto inspiegabile.

Federica Nuccio e Roberta Vottero lavorano insieme dal 2006 e vivono a Torino. Illustrano e progettano libri per bambini per diverse case editrici italiane e straniere. Organizzano anche laboratori di pittura per grandi e piccini a cui partecipano anche i loro bimbi.

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