L’avventura straordinaria di Giovanni Magnani

“Leggere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”, scriveva Emilio Salgari, uno degli scrittori d’avventura più amati di tutti i tempi.

Ed è così che Giovanni Magnani concepisce la serie “Alla ricerca del Capitano Grant” (Biblioteca dei Leoni, 2016) . Si tratta di una saga d’avventura in più libri, per ragazzi e ragazze dai 12 ai 15 anni, la cui protagonista, l’adolescente Isabel, si muove nello sfondo storico della fine del XVI secolo, tra Inghilterra e Caraibi, alla ricerca del proprio padre, un capitano della regia marina inglese, che da mesi non dà notizie di sé.

L’autore, Giovanni Magnani, si è occupato a lungo di teatro; da molti anni fa l’insegnante ed ha coltivato la passione per la scrittura. Questa serie di libri affonda le radici nelle sue letture di ragazzino, da Salgari a Dumas e molte altre suggestioni.

Isabel, la giovane quindicenne protagonista, in questo primo libro, farà molti incontri: amici imprevisti, nemici, personaggi storici come Elisabetta I d’Inghilterra, William Shakespeare e sir Walter Raleigh, ardimentoso navigatore ed esploratore.

Per rintracciare il padre, la ragazza fugge dalla casa dei perfidi zii e, travestita da ragazzo, si reca a Londra, dai nobili nonni materni. Nelle sue avventure, viene accompagnata da padre René De Chartres, singolare monaco francese, dalla spada affilata e dalla mente bizzarra ed acuta.

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Per entrare nell’atmosfera giusta, leggiamo l’incipit di questo avvincente romanzo per ragazzi:

 

“Isabel si era alzata presto, come tutte le mattine, del resto. Doveva pulire il camino dalla cenere, prendere la legna in cortile, prima quella sottile, poi i ceppi un po’ più grandi, e sistemarla nel migliore dei modi sul focolare, pronta per essere accesa. Poi andava alla fonte. L’acqua era gelata, così teneva a portata di mano un martello per rompere il ghiaccio e attingervi con il secchio. In fondo aveva solo quindici anni, ma tutto questo non le pesava, non più del dovuto. Perciò quella mattina di inizio marzo si era alzata ai primi segni dell’aurora, quando la notte stava per terminare, quando la civetta interrompeva il suo monotono saluto e si sentivano i primi uccelli che annunciavano il mattino. In realtà, si alzava sempre un poco in anticipo rispetto a quanto fosse necessario, le piaceva stare sola, le piaceva il freddo improvviso che sentiva sulla pelle, soprattutto l’odore intenso del mare, portato dal vento del sud, che le ricordava suo padre.

Quando era stata l’ultima volta che l’aveva visto?

(…)”

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Il magico mondo di Maria Mariano

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Maria Mariano, Il gatto del Doge

Potresti parlarmi un po’ di te? Chi è Maria Mariano? Come ti descriveresti?

Sono nata in Brasile nel lontano 71 in una notte fredda di inverno, il 22 Luglio, a Porto Alegre, una città del Sud del Brasile. La terza di tre sorelle. Papà carabiniere e mamma casalinga. Da piccola passavo le intere giornate a giocare nel cortile di casa, sugli alberi, ovviamente. Ho sempre avuto un rapporto stretto con la natura, che mi dà sempre tante idee per i miei disegni. Andavamo spesso in campeggio nei boschi o in campagna da parenti dove c’erano mucche, galline, capre e un fiume dove pescare.
Qui in Italia ho scoperto la montagna, che mi piace molto, mi piace girare i boschi alla ricerca di funghi e incrociare tanti piccoli animali.
Da grande non ho perso quella curiosità dell’infanzia, e credo che questo sia importante: guardare il mondo e le cose come se fosse la prima volta, con entusiasmo e stupore.
Ho molte passioni a parte l’illustrazione per l’infanzia. Amo la carta, trovo che sia un materiale stupendo per creare tante cose. Amo Venezia, dove vivo attualmente, e dove prendo tanti spunti per le mie creazioni. Quando Laura Simeoni mi ha parlato di un libro sui gatti di Venezia sono rimasta molto felice di poter illustrare un racconto ambientato nella città. Per me era un’opportunità di guardare Venezia nei particolari.

 

-Quando è nata questa passione per l’illustrazione per bambini?

Direi da sempre. Come tanti bambini, disegnavo tutto il tempo. Mi regalavano matite, pennarelli e blocchi da disegno, ma disegnavo anche sui giornali, negli spazi vuoti dei quotidiani, nei quaderni di scuola, bastava che fosse carta. Mi piaceva molto disegnare gli animali creare delle storie con loro come protagonisti. Avevo la mania di disegnare le persone che venivano a casa nostra (con l’imbarazzo dei miei genitori) cui alla fine regalavo il “ritratto”. Tra i 9 e i 12 anni ho creato tre librettini che conservo ancora oggi.
Poi crescendo, sono andata a fare altro: una laurea in amministrazione aziendale e 6 anni di lavoro in una banca… Frequentavo comunque corsi di disegno, di stampa e di pittura. Mi ero ripromessa che appena avessi avuto un po’ di tempo avrei ripreso a disegnare; mi mancavano molto le matite. Finito il dottorato di ricerca allo IUAV nel 2012 ho ricominciato con i disegni. Mi sono messa alla prova partecipando a concorsi di illustrazione e la risposta è stata positiva. Nel 2013 ho vinto la Menzione Speciale per l’originalità dell’interpretazione del tema nel concorso Amici di Carta, dalla Fondazione Ranieri di Sorbello di Perugia. Nel 2014 ho vinto il primo premio “La casa della Fantasia”, 12° edizione, Fondazione Achille Marazza di Borgomanero, con la pubblicazione del libro “Il sassolino di Niti”, su racconto di Agnese Ermacora.
-Puoi parlarmi dei tuoi lavori?

Da quando ho fatto il corso di restauro e legatoria nella Scuola Giovanni Olivotto a Vicenza mi si è aperto un mondo: creo quaderni, taccuini, blocchi e album. Tempo fa ho creato alcuni librettini illustrati in edizione limitata rilegati da me. Creo progetti in cui abbino l’illustrazione con la legatoria, ho disegnato un metro misura bambino con 3 illustrazioni su Venezia. Mi piace molto fare laboratori creativi per i bambini. Ho partecipato ad un progetto con la Giovanni Olivotto in cui ho tenuto un laboratorio di legatoria per bambini della 4° elementare. Con l’Associazione Rosso di Marte di Padova ho tenuto un laboratorio per fare il ‘libro d’artista’ e un altro per creare la ‘casetta delle fiabe’, un lavoro di collage e illustrazione che ai bimbi piace molto.
-Avresti qualche immagine da condividere con noi dei personaggi preferiti che hai creato?

Per il libro pubblicato con la Fondazione Achille Marazza ho illustrato Niti, l’elefantina turchese.
Mi piace molto disegnare conigli, trovo che siano enigmatici, così ho disegnato ‘Il coniglio sommozzatore’, si tratta di una lavoro in corso. C’è il coniglio con cui ho vinto il 3° premio Scarpetta D’oro, 2014. Non poteva mancare Cappuccetto Rosso, selezionato al concorso Note di Fiaba nel 2015. Nella sezione umani ho il bambino con il cane che è stato selezionato al concorso Libri al Sole nel 2015.

Maria_Mariano_Un_SorrisoMaria_Mariano_ConiglioMaria_Mariano_Scarpetta_Doro_2014Maria_Mariano_Mio_Amico_LupoMaria_Mariano_il_sassolino_Niti
-Passiamo al libro che stai pubblicando con Biblioteca dei Leoni: di che si tratta?

È una storia ambientata a Venezia che racconta come i gatti sono arrivati in città e di come hanno sconfitto i topi che svaligiavano le botteghe… Ci sono i gatti protagonisti della storia: Felice, il gatto Veneziano, e Soriano, il gatto arrivato dalla Siria. C’è anche il gatto del doge, invidiato da tutti. Mi piace molto disegnare i gatti, ma mi sono divertita anche a disegnare i topi.
Poi ci sono piccoli particolari nelle illustrazioni che dovrete guardare con attenzione per scoprire di più.
-Anche i testi sono tuoi?

Il testo è della scrittrice trevigiana Laura Simeoni, che ha già pubblicato altri libri.
-Potresti raccontare un po’ la genesi di questo lavoro? Prevedi una continuazione?

Laura ed io ci siamo conosciute nell’Agosto del 2015, in occasione dell’inaugurazione di una mostra al MAG a Riva del Garda. Ero stata selezionata al concorso ‘Notte di fiabe’ con una mia illustrazione su Cappuccetto Rosso. Lei mi ha parlato di questo progetto sui gatti, poi ci siamo incontrate a Venezia per discuterne e mi ha dato il testo per illustrare intanto due tavole da presentare all’editore.
Il lavoro è partito a dicembre, ho studiato attentamente il testo e ho cominciato a pensare come potevano essere questi gatti che giravano a Venezia tempo fa. Mi sono documentata con tante foto di gatti e di luoghi di Venezia descritte nel racconto. Sono stati circa 6 mesi di lavoro.
Ad una continuazione non avevo pensato, ma potrebbe essere interessante.
-Hai qualche foto inedita da condividere con noi? Magari le bozze preparatorie…

Sì certo, mi piace documentare l’andamento del lavoro, di solito fotografo gli schizzi prima di dare il colore. Le bozze preparatorie sui gatti si potranno vedere anche nei risguardi del libro. In questa parte ho voluto anche immortalare i gattini di alcuni amici che mi hanno gentilmente inviato delle foto.

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GIANO CORTE MOSCHIN: “QUADERNI DI UN TERRORISTA”

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Questa settimana, mi permetto di segnalare un nuovo libro e di riportare l’intervista che è stata fatta all’autore e che ho letto con molto interesse, perché si addentra a fondo nell’analisi della storia e dei personaggi.

Buona lettura!

 

 

Dal ’69 , uno stillicidio di bombe e di morti: Piazza Fontana, la questura di Milano, Piazza della Loggia, l’Italicus, Bologna, il rapido 904, Firenze, Roma, le tappe più clamorose e infami del terrore delle bombe. Sono trascorsi 29 anni dalla strage di piazza Fontana quando una donna riceve, il 12 dicembre 1998, 29° anniversario della madre di tutte le bombe, un misterioso e minaccioso diario, definito dall’autore stesso “ordigno”, che rivela alcuni aspetti sconosciuti di quelle vicende. La donna, durante la lettura, inserisce nel manoscritto alcune sue note di commento, destinate ad un misterioso personaggio, non estraneo a quei fatti, che si trova incarcerato in base ad accuse gravissime.

Non si tratta di un romanzo “storico” in senso stretto, ma attraverso il racconto, che è l’entrare nella vita e il guardare le cose con la curiosità di capire, la Storia si intreccia con una quotidianità fatta anche di piccoli eventi, di nevrosi individuali e collettive, di sogni e di fughe, di follia di chi mescola alla realtà i propri mondi allucinati, rivelandosi al lettore nel suo sviluppo altrimenti incomprensibile. E la formula del diario come felice scelta narrativa consente all’autore di condurre i suoi personaggi lungo il corso della loro vicenda, lasciandoli andare per la loro strada e insieme illuminandoli dal più profondo delle loro coscienze attraverso una minuta indagine psicologica giocata sempre di sponda. Gettando così un fascio di luce nel buio degli anni di piombo della recente storia italiana.

Giano Corte Moschin ha vissuto il tempo della strategia della tensione. Ha pubblicato nel corso degli anni alcuni volumi di poesia e narrativa. Ha tenuto il manoscritto dei “Quaderni” a lungo chiuso nel cassetto e soltanto adesso che il tempo delle bombe sembra sufficientemente lontano ha deciso di darlo alle stampe, con l’idea che possa aiutare a meglio intuire qualche frammento non ancora esplorato di verità.

 

INTERVISTA a  Giano Corte Moschin, autore del romanzo

Che cosa racconta questo libro?
Un uomo, nato in piena guerra, racconta in forma di diario le vicende della sua vita tra gli ultimi anni ’60 e i primi anni ’90 del secolo scorso

Perché raccontare questa lunga storia?
Il protagonista, che dice di chiamarsi Lorenzo (ma pare sia un nome fittizio), è spinto dal desiderio di fare chiarezza forse prima di tutto a se stesso, ma, nelle sue intenzioni, specialmente ad una sua interlocutrice involontaria, alla quale egli fa recapitare il suo manoscritto definendolo “ordigno”. E lo fa recapitare giusto il 12 dicembre del ’98, 29° anniversario della strage di Pza. Fontana, ancora in quel momento impunita (come ancora adesso) pur dopo una lunghissima serie di indagini e processi. Egli intende chiarire quale sia stato il ruolo ricoperto da lui stesso e da altri in quello e in altri eventi della stessa natura accaduti negli anni successivi.

Protagonista del romanzo e autore sono la stessa persona?
Posso solo dire che una parte di me e una parte di Lorenzo sono sovrapponibili. Cosa che del resto accade frequentemente in letteratura tra l’autore e il protagonista della storia che racconta.

E dunque che cosa ha motivato l’autore in quella parte che non coincide con il protagonista?
La stessa molla che muove il protagonista, anche se da una posizione più defilata: far conoscere la vicenda di Lorenzo perché, oltre a rappresentare una intricata storia personale, essa si è intrecciata strettamente per venticinque anni con alcuni degli episodi di terrorismo più significativi accaduti in Italia negli ultimi tre decenni del secolo scorso e mai compiutamente spiegati.

Quali sono questi episodi?
Si parte dagli attentati sui treni dell’estate ’68, per approdare a piazza Fontana il 12 dicembre ‘69. Poi, dopo un lungo intervallo, in cui il protagonista fa la parte dello spettatore alquanto distratto, egli torna in scena con l’attentato al treno rapido 904 nel dicembre ‘84, poi ancora un intervallo di anni fino all’attentato alla torre del Pulci a Firenze del maggio ‘93, e infine l’attentato a Piazza del Popolo a Roma nel luglio dello stesso anno.

Quale parte ha avuto il protagonista in questi episodi terroristici?
Si potrebbe definire la parte del postino, colui che recapitava una borsa o un pacco o una busta, ignaro del contenuto, ma non incapace di immaginarlo, almeno per tre di essi. Alla consegna seguiva invariabilmente un fatto violento, e lui non poteva non collegare l’una all’altro. La parte che ha avuto nel quarto sembra essere stata anche più rilevante.

Come ha fatto l’autore a venire in possesso di questa storia?
Lorenzo aveva sempre preso appunti in certi quaderni, dal loro contenuto è nata la storia raccontata.

Ma Lorenzo, il protagonista, dice nel libro di averlo preparato lui il manoscritto.
Come ho detto in precedenza, in taluni aspetti lui e l’autore sono sovrapponibili.

Nella sequenza dei “quaderni”, di tanto in tanto vengono inserite dalla donna destinataria del manoscritto certe “note manoscritte”: chi è questa donna?
Il libro fa capire la sua identità un po’ alla volta e la rivela chiaramente solo alla fine. È una persona chiave nella vita del protagonista e nelle vicende che lo coinvolgono.

Sono autentiche queste note? E se lo sono, come ne è venuto in possesso l’autore? E quale significato hanno nel contesto della vicenda narrata?
L’autore le ha trovate già inserite tra i quaderni del diario, nella posizione in cui si trovano. È logico pensare quindi che il manoscritto usato dall’autore sia proprio quello che lesse e commentò la lettrice misteriosa. La funzione delle note è generalmente di commento, spesso di contestazione alle azioni o dichiarazioni di Lorenzo, e sono in forma di lettere al compagno della donna che, lo afferma lei, si trova in carcere accusato di atti criminali non meglio precisati, ma chiaramente connessi con i temi del diario.

Questo diario si deve ritenere un documento storico? In due parole, racconta fatti realmente accaduti?
Questo è un romanzo, non un libro di cronaca o di storia, ma mi sembra verosimile che molte delle situazioni raccontate, magari opportunamente camuffate, descrivano fatti realmente accaduti.

Ammesso dunque che sia stato un terrorista, che tipo di terrorista è stato Lorenzo?
Un terrorista atipico, perché non agiva dentro gli schemi che riteniamo abituali per un terrorista anni di piombo, ossia non faceva riferimento ad una ideologia politico-sociale, il suo obiettivo non era né una rivoluzione socialista né una restaurazione fascista. Inizialmente è spinto da un irrazionale e confuso desiderio di rivoltare il mondo sottosopra, in un secondo tempo segue piuttosto un teorema personale una logica che si è costruito autonomamente e che lo induce a ritenere giustificati e anzi desiderabili atti capaci di condurre a un rovesciamento totale e a un radicale rinnovamento delle condizioni di convivenza del genere umano.

Ma agisce nell’ambito e dietro direttive di una organizzazione che pur dichiarandosi dedita alla “prevenzione” del terrorismo, in realtà pare essere fonte diretta di atti di terrore tipicamente legati al neofascismo.
È vero, ma lui non entra in nessuna organizzazione, è, come si dice, un battitore libero, a disposizione, ma per perseguire i propri obiettivi, e ritiene logico associarsi ad iniziative violente e sovvertitrici dell’ordine costituito anche se coloro che le pianificano non hanno le sue stesse motivazioni. O meglio, così vede le cose nella sua logica Lorenzo, che però non può negare di essere stato anche irretito e tacitamente arruolato a causa di disavventure giovanili, nelle quali lui pare aver recitato una parte poco chiara, non scevra di possibili conseguenze giudiziarie e dunque bisognosa di protezione.

Quindi è un terrorista quasi involontario, se non addirittura sotto ricatto.
Non esattamente. Si può dire che il ricatto, se c’è, non si rivela mai chiaramente e piuttosto prende la veste di un invito motivato, che viene in sostanza accolto anche se giustificato da logiche del tutto personali.

E sono queste logiche le teorie della necessità di un rovesciamento totale del mondo?
Esattamente, un alibi perfetto, nella sua mente, per qualsiasi ferocia, purché questa contenga un valore ideale di ritorno alla libertà individuale primigenia (vera o presunta? Lui non sembra nutrire dubbi) che la renda capace di produrre una catarsi in chi la compie e chi la subisce.

Come mai il protagonista aspetta quasi trent’anni dai fatti di pza. Fontana per raccontare?
Al tempo della sua partecipazione a pza. Fontana (non decisiva, bisogna dire, secondo il suo racconto), egli non ha ancora maturato una vera “logica” giustificatoria e quindi sente il bisogno di rimuoverla per molti anni. Soltanto quindici anni più tardi egli completa un percorso interiore che lo porta ad una nuova partecipazione come comprimario in un nuovo atto terroristico. Questo percorso è coinciso, o meglio è stato opportunamente accompagnato dallo stabilizzarsi di una sua relazione amorosa con la donna che si può definire della sua vita, anche se non l’unica. Ma quando questa relazione sembra in pericolo, egli ritiene di poterla ricuperare con nuove e più esplicite partecipazioni. Il risultato che ottiene è invece l’opposto di quanto sperava. E si era già nel ’93, 24 anni dopo piazza Fontana.

Quindi scrive il diario per vendicarsi dell’abbandono di quella donna?
 Non soltanto. La questione non riguarda soltanto lui e quella donna: infatti alla fine capisce, o crede di capire, di essere stato vittima di un piano preordinato ad arte per coinvolgerlo ed usarlo nella parte che gli è stata fatta recitare in quegli atti terroristici.  E dopo alcuni altri anni di inedia e passività, nel ’98 arriva la goccia che fa tracimare la rabbia e la frustrazione che gli covano dentro e si costringe a ricuperare i suoi vecchi quaderni e a raccontare la sua vicenda allo scopo di fare luce (e forse anche giustizia?) su quanto ha visto, sentito, fatto.

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Quanto abbiamo bisogno delle favole?

Oggi c’è lo spazio per una breve riflessione…Dalla prossima settimana tornano le interviste ai nostri autori!!

Dalì

Salvador Dalì – Apparizione di un volto e di una fruttiera su una spiaggia

 

 

 

Quanto abbiamo bisogno delle favole?

Questa è una domanda che pongo a tutti voi, perché effettivamente me lo sto domandando molto spesso, di recente. Mi sono resa conto che cerchiamo un’evasione quotidiana, il tempo della lettura di un libro o della visione di un telefilm: magari si tratta di riletture in chiave moderna, magari si tratta semplicemente della ricerca del mistero e della magia, ma ormai ci siamo appassionati a tutto ciò, anzi, lo cerchiamo.

Evasione dalla realtà? O semplicemente desiderio di rileggerla in chiave positiva? Personalmente, mi ritrovo spesso a fantasticare su mondi immaginari, irreali, anche solo per il gusto di pensare a qualcosa di diverso dalla nostra routine. Eppure, ci si deve rendere conto che anche le realtà che costruiamo si basano su ciò che noi conosciamo, quindi il nostro vissuto, il nostro quotidiano: proprio per tale ragione, credo che la magia, la fantascienza, le favole siano una nostra necessità di ripensare al nostro mondo, idealmente riletto in chiave originale. Questo vale anche per  i telefilm che sono incentrati su personaggi straordinari, vampiri, maghi, o sulle favole più famose, come “C’era una volta”: non nascondo di essere affascinata da come i creatori siano riusciti a collegare insieme tutte le storie più famose della nostra infanzia. Questo lascia aperta l’idea di un vero e proprio universo parallelo, nato specularmente a quello della nostra realtà, nel quale tutto sia possibile e tutto dipenda non tanto dai poteri con cui si è nati, ma dall’uso che se ne fa, dalle intenzioni e dalla bontà d’animo.

Insomma, i nostri eroi sono forgiati sul modello dell’uomo, nell’ideale di una moralità più alta che vorremmo raggiungere e che non sempre però riusciamo ad avere:  la magia, le favole rappresentano quello che gli dei greci rappresentavano per quella straordinaria civiltà classica nelle tragedie e nei loro componimenti poetici.

Perché in questi anni questi mondi sono divenuti sempre più importanti e solidi? Forse perché c’è una maggior presa di coscienza del “sonno della ragione”? O perché effettivamente la situazione contemporanea non è molto promettente e i modelli sociali sono inariditi? Eppure, c’è sempre qualche eroe, qualche essere umano che ci colpisce per la tenacia, per le sue buone azioni, per il coraggio, pur non avendo poteri paranormali…

Concludo la riflessione con una citazione da Piero Angela: “L’immaginazione è la qualità più tipicamente umana, quella che consente di creare, inventare, capire. È la qualità che consente all’uomo di trovare un margine di libertà, di sfuggire, in parte, alla sua condizione di marionetta mossa dai fili genetici e ambientali […]”.

 

Buon giovedì a tutti!!

 

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Alla ricerca della principessa che è in noi con Federica Martinello

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Quando ho visitato il sito di quest’artista, Federica Martinello,  la sua presentazione mi ha subito colpita per la sua grinta ed il suo entusiasmo:

“Federica Martinello è una supereroina in incognito, una principessa full time, un’entusiata nerdfighter e, soprattutto, un’illustratrice. Federica ha 28 anni e vive nei pressi di Bassano del Grappa.”  (http://www.federicamartinello.com/)

Oggi entreremo nel mondo delle fiabe, o forse sarà il mondo delle fiabe a mescolarsi e a manifestarsi nella realtà di tutti i giorni, con “Perché le principesse sono sempre in ritardo?” (Biblioteca dei Leoni, 2015)

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-Mi parli della sua carriera universitaria allo IUAV e della sua decisione di ottenere un Master in “Illustrazione per l’infanzia ed educazione estetica”: come è giunta a capire i suoi interessi e come è arrivata a capire cosa voleva fare?

Da sempre sono interessata alle arti visive: pittura, cinema, fumetto, fotografia ecc. Durante il mio percorso universitario allo IUAV ho potuto sperimentare varie tecniche espressive e mi sono accorta che il disegno a mano libera era quella per cui ero maggiormente portata, oltre che quella da cui mi sentivo più attratta: adoro la totale libertà data dal foglio bianco, mi permette di creare personaggi e luoghi di pura immaginazione, svincolandomi dalla realtà che mi circonda.

Dopo essermi laureata, non sapevo come proseguire il mio percorso di studi perché, nel periodo in cui stava esplodendo la computer grafica, quella del disegno a mano libera sembrava un’arte in via d’estinzione ma, durante una visita alla mostra Le immagini della fantasia di Sarmede, mi sono imbattuta in questo Master in illustrazione e ho deciso di tentare questa strada. Appena iniziato il master ho avuto una doppia rivelazione: innanzitutto la scoperta del mondo dei picturebooks in cui l’illustrazione a mano non solo viene ancora utilizzata ma raggiunge una vera e propria valenza artistica, e in secondo luogo la riscoperta in età adulta dei libri per ragazzi e giovani adulti di cui non riesco più a fare a meno. Avere la possibilità di confrontarmi con diversi illustratori e di mettermi alla prova nella realizzazione di un vero picturebook è stata un’esperienza fantastica ma, guardando le opere di Oliver Jeffers, Rébecca Dautremer, Suzy Lee o Shaun Tan, era difficile pensare a me stessa come una possibile illustratrice professionista.

Terminato il master, perciò, mi sono dedicata ad alcuni progetti di educazione alla lettura per bambini e per un po’ ho accarezzato l’idea di diventare editor per poter lavorare nel campo della letteratura per l’infanzia ma, in quel periodo di crisi, anche questo sembrava un sogno irrealizzabile. Poi, quando due anni fa mi sono ritrovata senza lavoro, ho deciso che era arrivato il momento di mettermi in gioco: ho realizzato questo picturebook e, durante la Fiera del Libro di Bologna, ho cercato delle case editrici che potessero essere in linea con il mio stile ed è li che ho incontrato i rappresentati della Biblioteca dei Leoni che si sono interessati al libro.
-In passato ha già realizzato altre storie illustrate per bambini, oltre a quella proposta per Biblioteca dei Leoni? Se sì, potrebbe raccontarcene qualcuna e concederci qualche immagine inedita?

Una delle prove finali del Master consisteva proprio nella realizzazione di un picturebook partendo dal testo di una fiaba di Italo Calvino. Nel mio caso la scelta è caduta su Rosmarina (già allora avevo un debole per le principesse!) che sarà inserita tra i titoli in uscita a settembre della Biblioteca dei Leoni.

Rosmarina

Rosmarina

 

-Il titolo del libro è “Perché le principesse sono sempre in ritardo?”. Com’è nata l’idea di questo racconto? Com’è funzionata poi la collaborazione con Giulia Ceccon, che ha scritto i testi per la sua storia?

L’idea è arrivata nel 2013 mentre lavoravo ad una illustrazione per la locandina di un programma di letture animate della biblioteca di Bassano del Grappa. Il titolo dell’iniziativa è Volta la carta e io volevo realizzare una specie di Doodle del nome: un drago gigantesco (in cui la lettera V avrebbe rappresentato le ali dell’animale) si staglia di fronte ad un castello e dalla torre più alta spunta una principessa armata di spada pronta ad affrontare il mostro, mentre fuori dalle mura un principe annoiato aspetta in carrozza che la sua bella lo raggiunga per andare al ballo. E mentre lo disegnavo, ricordo di aver pensato “Ecco perché le principesse sono sempre in ritardo: sono loro stesse che devono uccidere il drago e riuscire a liberarsi da sole per poter uscire dal castello!”.

Per le locandina poi utilizzai un’immagine completamente diversa ma quest’idea continuava a frullarmi nella testa: la trovavo divertente, moderna, anticonformista e poi era quasi autobiografica perchè io sono una ritardataria cronica e famigliari e amici mi hanno sempre presa in giro per questo definendomi appunto una “principessa”. Nel 2014 quindi ho deciso di prenderla in mano e trasformarla in un picturebook.

Giulia Ceccon è la mia migliore amica fin dai tempi del liceo e una delle pochissime persone con cui discuto dei miei progetti artistici per avere consigli e critiche. Giulia, inoltre, è a mio avviso una scrittrice brillante, della quale ho sempre ammirato l’originalità. Le avevo parlato del progetto e l’avevo tenuta aggiornata mostrandole le illustrazioni man mano che componevo la storia, perciò quando mi sono trovata davanti al problema del testo è stato naturale per me rivolgermi a lei ed è stata una scelta azzeccata. Il testo che ha creato è perfetto: rispecchia appieno la mia idea e crea un contrappunto ideale per le immagini.

 

-La principessa moderna, la ragazzina d’oggi, vuole cose diverse rispetto al passato? Crede che siano cambiati proprio i modelli di riferimento e che le favole del passato vadano “aggiornate”?

Credo che le ragazze di oggi vogliano le stesse cose di quelle di ieri: avventura, amore e, soprattutto, la libertà di scegliere la propria strada. La differenza sta nel fatto che al giorno d’oggi le ragazze hanno una maggiore possibilità di esprimere questi desideri e di metterli in atto (non è ancora una libertà totale ma è decisamente più estesa rispetto al passato). Usando la metafora delle fiabe, le principesse di oggi non sono costrette ad aspettare inermi l’arrivo di un principe che le liberi dal drago ma possono essere loro stesse le autrici della loro salvezza, possono essere le protagoniste della loro avventura.

Non credo che le vecchie fiabe vadano per forza aggiornate, sono belle così come sono, ma bisogna sempre ricordare che appartengono ad un contesto storico e sociale preciso che, per fortuna, non è quello in cui viviamo adesso. Credo piuttosto che sia importante che questi racconti vengano affiancati da nuove storie che propongano un modello femminile che si pone finalmente sullo stesso piano di quello maschile: dei personaggi forti, indipendenti, anticonvenzionali come quelli che negli ultimi anni hanno popolato gli albi illustrati, i romanzi per giovani adulti e anche i film d’animazione (basti pensare a Katniss Everdeen di Hunger Games, alle ultime protagoniste dei film della Disney come Rapunzel, Merida o Elsa, o anche alla maialina Olivia di Ian Falconer).

Inoltre penso sia importante proporre personaggi diversi tra loro: non tutte le ragazze sono bionde, bianche, belle, ricche e aspettano il ragazzo perfetto. Le principesse moderne, come le ragazze di oggi, possono avere i capelli rosa da punk, portare gli occhiali e l’apparecchio ai denti, essere costrette ad indossare i vestiti smessi delle sorelle perché non se ne possono permettere di nuovi e anche preferire le ragazze ai ragazzi.

 

-Quando penso al titolo, mi viene in mente Cenerentola che, allo scoccare della mezzanotte, deve allontanarsi dal ballo al castello, perché l’effetto dell’incantesimo realizzato dalla fata madrina scade proprio a quell’ora. In base a questa immagine, può parlarci della sua storia? Quali le differenze? Quali i punti di riferimento?

In realtà la storia si svolge prima del ballo e racconta tutta una serie di piccoli contrattempi che ritardano l’arrivo della principessa ad un ideale appuntamento, dal cucciolo di casa che le ha rosicchiato tutte le scarpe alla “carrozza” con il cambio manuale che risulta quasi impossibile da guidare.

Tutti gli espedienti che ho utilizzato sono una rivisitazione in chiave ironica e attuale di alcuni topoi delle fiabe: la mela avvelenata, lo specchio magico, le scarpette di cristallo ecc.

-Qual è la sua principessa ideale?

È presuntuoso forse da parte mia, ma la mia principessa ideale sono io. Non ho immaginato la storia pensandola rivolta ad un pubblico specifico, ma ho cercato di raccontare qualcosa che a me in primis sarebbe piaciuto leggere, in cui mi sarei riconosciuta. Ne consegue quindi che il personaggio principale si ispira a me, alle cose che mi piacciono e anche ai miei difetti.

In questo contesto direi che la principessa ideale è innanzitutto una ragazza che si accetta per quella che è, imperfezioni comprese, non si vergogna di quello che la rende diversa e porta avanti le sue idee anche se si trova a doversi scontrare con l’opinione degli altri.

 

-Quali tecniche di disegno utilizza per realizzare i suoi libri?

Il mio punto di partenza è sempre l’illustrazione a mano: disegno i “contorni” della mia immagine e li rifinisco con un tratto a china il più possibile preciso. In seguito se devo ottenere degli effetti particolari (ad esempio i capelli di Rosmarina che sembrano un cespuglio di rosmarino) utilizzo colori acrilici, pastelli o acquerelli. Se invece opto per delle campiture piatte, come nel caso di Perché le principesse sono sempre in ritardo?, scannerizzo le immagini e poi le coloro digitalmente (un piccolo suggerimento datomi da Chiara Carrer proprio durante la lavorazione di Rosmarina).

 

-Ha altre storie in fase di elaborazione? Può darci qualche indiscrezione?

Sto lavorando ad un seguito per la serie delle Principesse, Perché le principesse odiano la matematica?, in cui la protagonista si troverà ad affrontare un’altra delle mie grandi debolezze: i numeri. Ma si sa che le principesse hanno una marcia in più, quindi prevedo che la mia eroina riuscirà ad uscire indenne da questo labirinto di formule e teoremi, come in fondo io sono riuscita a superare le lezioni di trigonometria!

E poi ho un altro progetto in cantiere da qualche tempo: Zooey Zero, the Fat Bottomed Girl. È la storia di una ragazza, Zooey appunto, dalla bellezza anticonvenzionale per questo periodo storico perché ha, beh, un fondoschiena enorme. Ma grazie alla sua ironia e al suo anticonformismo decide di trasformare questo “difetto” nel suo emblema e come una supereroina (chiamata Fat Bottomed Girl appunto) si batte contro i pregiudizi, l’ipocrisia e il bullismo.

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Zooey Zero

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Mi complimento con Federica e le faccio un grosso in bocca al lupo per i progetti futuri, in modo tale che possa realizzare tutti i suoi sogni e possa anche spingere la principessa che è in ciascuna di noi a combattere per trovare la propria strada.

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Il simpatico Yeti di Romano Garofalo

Quest’oggi, l’intervista è dedicata allo humour, ai bambini e non solo, e al fumetto, con le opere di Romano Garofalo: giornalista, laureato in Lettere e Filosofia a Bologna, ha ideato e realizzato numerosi personaggi dei fumetti, pubblicati su molti quotidiani, periodici e giornali per ragazzi in Italia e all’estero: Jonny Logan, Slim Norton e il Barone Von Strip, Gangster Story.

 

Jonny Logan è un personaggio dei fumetti umoristici, nato nel 1972 dalla fantasia di Romano Garofalo e dalla matita di Leone Cimpellin. Lei è un giornalista approdato al mondo del fumetto proprio con Jonny Logan: ci parli della nascita di questo mitico successo, che poi è apparso anche in tv su “Supergulp”.

-Il mio proposito, con Jonny Logan, era quello di comunicare argomenti dell’attualità politica e sociale in chiave di satira,  rivolgendomi a un target fino ad allora non toccato dai fumetti ( con questo tipo di prodotto): ” i teenagers”. Jonny Logan vinse il primo premio Cartoonist a Rapallo nel 1975, per l’originalità del personaggio, mosso all’interno di un contesto ricco di significati polemici nei confronti della nostra società odierna. Jonny Logan è il protagonista di una scalcagnata banda di cacciatori di taglie. Assieme al Professore, Ben Talpa, Dan Muscolo, Mago Magoz, si dà da fare più che altro per sbarcare il lunario in una gara per l’esistenza sempre abbastanza precaria. Questo schema ripetitivo è, però, il pretesto per una satira di costume che, a distanza di anni, è sempre di grande attualità. Evidentemente le cose non sono poi cambiate di tanto…

In un periodo di grande esterofilia, inoltre, in cui si pensava che i fumetti dovessero essere ambientati negli Stati Uniti, Jonny Logan ha invece avuto il successo ed il coraggio di essere ambientato in Italia. Mai prima di Jonny Logan un fumetto rivolto agli adolescenti aveva trattato temi “difficili”, come “Colpo di stato all’italiana”, su un pericolo non tanto immaginario nell’Italia di quei tempi; “Favorevole o contrario”, sul controverso tema del divorzio; “La Mafia non esiste”, come amenamente affermavano in tv anche politici di un certo spessore; “Tartassa agente delle tasse”, su un tema attualmente piuttosto dibattuto, e potremmo continuare in queste citazioni perché Jonny Logan è stato, per certi versi, più di un fumetto: di mese in mese, di uscita in uscita, ha rappresentato uno spaccato “satirico e pungente” dell’Italia del tempo e, più in generale, un affresco dei nostri vizi e delle nostre virtù ( più gli uni che le altre…).

 

-Si sente più fumettista o giornalista?

-Direi più giornalista: con Jonny Logan  ho, se vogliamo definirla così, “ mischiato i generi”. Attualmente poi  mi dedico esclusivamente al giornalismo satirico poiché dirigo un  Giornale Quotidiano on line di Satira Politica e di Costume: ”Italian Comics”  www.italiancomics.it

 

-“I Racconti di Alfonso” sono una nuova serie per Biblioteca dei Leoni: com’è nata e con quale scopo? Può parlarcene?

-“I Racconti di Alfonso” sono una collana che prevede trenta  libri e che, in accordo  con l’editore,  presenteremo alla Fiera del libro per ragazzi a Bologna per verificare  se vi  sia la possibilità di cedere i diritti per una pubblicazione internazionale.

Il personaggio, come striscia disegnata, è stato già pubblicato in quasi tutta Europa, Sud America, Giappone , estremo oriente ecc, per cui speriamo  che anche la versione “ Racconto illustrato” possa avere lo stesso tipo di gradimento.

Tra l’altro, Alfonso, nel 1988, è stato il protagonista di “ Slurp”,  un contenitore del pomeriggio in Onda su Odeon TV ( in quel tempo importante network nazionale); nel 1991, inoltre, ottenne la “Palma d’oro al Salone Internazionale dell’Umorismo di Bordighera”. Le cito le motivazioni ufficiali: “Alfonso, piccolo e tenero Yeti, vive il suo difficile inserimento nella civiltà industrializzata attraverso strisce quotidiane e pagine domenicali ricche di umanissimi spunti umoristici e di sorridenti briciole di saggezza”.

 

 

-Ci parli meglio della storia

Alfonso è un tenero yeti che, un bel giorno, abbandona le valli innevate e si avventura tra la gente civilizzata. Adottato da una comprensiva vecchietta, inizia la sua scoperta del mondo. Alfonso, la nonnina e il pignolo Maestro Dante si incontrano ogni giorno: il maestro è tra i primi adulti coi quali Alfonso deve “fare i conti” nel suo processo di adattamento all’ambiente. E ne ha da imparare di cose, perché è privo di qualsivoglia conoscenza e ogni volta ripropone un certo modo di entrare in rapporto con la realtà che non rientra nei modelli di comportamento accettati dai più. Incomincia così la vita di Alfonso in società, che lui affronta con ottimismo e grande fiducia.

Alfonso, la nonna e Maestro Dante si incontrano ogni giorno per 30 giorni, in una solare stagione estiva ,nel giardino  di casa della nonna e qui Alfonso “racconta se stesso”. Nascono in questo modo “I Racconti Di Alfonso” .

Ogni volta il piccolo Yeti ripropone una situazione di vita che potremo definire “fuori dagli schemi”, in quanto evidenzia un certo modo di entrare in rapporto con la realtà che non rientra nei modelli di comportamento accettati dai più.

Inevitabile il contrasto con il maestro Dante che vorrebbe convincere l’allievo a seguire le regole della ragione piuttosto che le chimere del sogno e della sfrenata immaginazione. La nonna, dal canto suo, si mostra assai comprensiva nei confronti del suo Alfonso.

Su questa traccia, sempre uguale, si snodano situazioni che, al contrario, sono una girandola di invenzioni, fantasie, paradossi giocati, a volte, fino al limite del “nonsense”.

 

Perché la scelta di uno yeti come protagonista?

-Si è più che altro trattato di un pretesto per prendere  come protagonista un personaggio che sia una  “tabula rasa”, privo di qualsivoglia conoscenza: in questo modo,  ne “seguo” il suo ingresso in società e le sue prime esperienze.

 

-Qual è il messaggio che sta alla base del fumetto e che lei vorrebbe veicolare?

– Tutti i racconti vogliono veicolare un messaggio che sia divertente ma anche educativo, senza ovviamente alcun tipo di pedanteria.

Il racconto “La rivolta dei mostrodomestici” intende sottolineare che gli elettrodomestici sono utili, ma devono anche essere usati con prudenza, altrimenti possono  “ rivolgersi contro” e creare dei danni; mentre, ne “La nostalgia delle vecchie cose” il messaggio “educational” è il rispetto che il bambino deve avere verso le cose di uso quotidiano ( giochi, abbigliamento, oggetti d’uso scolastico e così via). In quest’ultimo, in particolare, Alfonso si trova in giardino con tutte le sue vecchie cose che maestro Dante considera “ rottami” ma che , per Alfonso , sono oggetti che lo hanno seguito lungo la sua vita e che, pertanto, sono diventati quasi degli amici, a cui ha anche dato un nome: Adamo, il parafango; Carlotta , la palla da tennis; Martina, la cartella; Luigina, la penna; Giuseppina, la racchetta… Alla fine, anche Maestro Dante si lascia persuadere dall’amore per suoi vecchi oggetti.

 

 

Qual è l’elemento che riunisce tutta la sua produzione sino ad oggi?

-Sicuramente mio interesse per la satira ,iniziato con Jonny Logan  e che ora prosegue con  il Quotidiano Italian Comics.

 

-Qual è il suo fumetto preferito?

-I Peanuts: assolutamente geniale.

 

-Qual è il suo modello di riferimento?

-Non il mondo dei fumetti.  Quando ho realizzato Jonny Logan mi sono infatti ricordato( riallacciato, sarebbe presuntuoso…) della  commedia latina e greca: Plauto e soprattutto Aristofane.

 

 

Ecco alcune immagini tratte da “I racconti di Alfonso”:

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L’arte per i bambini con “Il postino volante” di Damiano Bellino

In anteprima assoluta, parliamo con Damiano Bellino, l’autore de “Il postino volante”, un libro per bambini dedicato alla storia dell’arte.

Ecco alcune domande e dei disegni inediti gentilmente concessi per la pubblicazione.

 

1)Può parlarmi della sua carriera e del suo “incontro” con il mondo della scrittura e poi, in particolare, con quello dei libri per bambini?

La mia “carriera” inizia da bambino, il primo incontro non fu però con il mondo della scrittura, ma con quello del disegno e dei colori. Così come capita a tutti i bambini, anch’io ho iniziato a disegnare da piccolissimo. Avevo due anni quando disegnai una foglia autunnale che mia nonna ha custodito gelosamente nella sua agenda per anni.
E’ un aneddoto che mi piace raccontare spesso, perché sono convinto che da qui sia partito tutto. Quella foglia disegnata con due pennarelli marroni su un piccolo foglietto, non erano altro che tre cerchi accostati uno accanto all’altro e mal colorati con tre scarabocchi. Lo ricordo come fosse ieri. E ricordo bene l’entusiasmo che si creò attorno al tavolo della cucina quando mostrai il mio disegno. Rimasi incredulo anch’io, come loro, nel vedere come un mio scarabocchio avesse potuto suscitare tanta contentezza negli occhi di mia mamma e degli zii, del nonno e della nonna. Era autunno sì, ora non so se le foglie fuori dalla finestra mi avessero particolarmente ispirato oppure no, ma tutti videro in quello scarabocchio una foglia autunnale.

Da quel momento disegnare divenne per me uno dei modi per sentire l’affetto e il sostegno profondo della mia famiglia. Una cosa importantissima per un bambino.
L’incontro con la scrittura avvenne successivamente e in maniera naturale, dato che mio
zio scriveva romanzi e mio papà scriveva poesie e sceneggiature per il cabaret. Nella stanza dello zio, poi, c’erano libri ovunque, perfino sul pavimento, e io mi sentivo come
un avventuriero alla ricerca di tesori preziosi.
Ovviamente a quell’età non conoscevo lontanamente l’importanza della letteratura per
l’infanzia. Questa la scoprii molti anni dopo, all’Università.

2) Lei però si sente più illustratore che scrittore?

Senz’altro ho studiato di più da illustratore che da scrittore, ma dire quale delle due
discipline mi piace di più proprio non saprei. In realtà mi sento molto più vicino alla figura
del Cantastorie che a quella dello scrittore o dell’illustratore.
Da sempre sono affascinato da questo narratore errante che viaggia il mondo in
compagnia della sua chitarra. E’ un mestiere antico, bello perché utilizza più forme d’arte per un unico scopo: raccontare.
Si può inventare un racconto scrivendo un testo o disegnando una o più immagini o suonando una musica o cantando una canzone.
Quando creo una storia, ragiono sempre in queste 3 Dimensioni, è la cosa che mi viene più spontanea: scrittura, immagini e musica accompagnano tutti i miei progetti. C’è sempre una musica nella mia testa che fa da sottofondo mentre scrivo o disegno un nuovo racconto.

3) Ho guardato il suo blog, ho visto tutti i suoi bellissimi disegni ed ho anche scoperto che insegna. Può raccontarci un po’ i passi che l’hanno portata a capire chi voleva diventare?

Che io avessi delle potenzialità nel ramo artistico, come ho già detto, è stato abbastanza evidente sin dai primi anni. E appunto, nella mia famiglia, già si respirava aria di libri e fogli da disegno: anche mia nonna disegnava quasi tutti i giorni paesaggi su piccoli fogli che poi conservava. Sono cresciuto disegnando accanto a lei sul tavolo della cucina, mentre il resto della famiglia si concedeva il sonnellino pomeridiano.

Per farla breve, dopo le lodi quinquennali della maestra delle elementari, passai alle medie, dove soltanto (e per fortuna almeno lei!) la professoressa di educazione artistica s’accorse della mia bravura nel disegno. Terminai le scuole medie con la sufficienza tirata e con il consiglio rivolto a mia mamma di iscrivermi ad un istituto tecnico. Devo ringraziare mia mamma che non ha esitato un attimo ad iscrivermi al Liceo Artistico, dove ho trascorso cinque tra gli anni più belli della mia vita. Come a molti succede, anch’io andai in crisi dopo la maturità: Accademia di Belle Arti? Istituto di Grafica o Design? Facoltà di Architettura? Vita da Bohémien per le strade d’Europa?

Per coerenza, scelsi la Facoltà di Ingegneria Informatica, che abbandonai dopo una settimana esatta, realizzando poi che certe “sbandate” aiutano molto a capire che strada percorrere. Fortunatamente c’era la possibilità di iscriversi in ritardo ad un’altra facoltà, non a numero chiuso, per “salvare l’anno”, e così mi intrufolai alla Facoltà di Scienze della Formazione (dove, tra parentesi, c’erano molte ma molte più ragazze!).
Divenni un educatore professionale nell’ambito artistico-culturale e la mia fu, con un certo orgoglio personale, la prima tesi sul valore educativo delle illustrazioni nei libri di letteratura per l’infanzia. Grazie agli studi di pedagogia e didattica, sulle tecniche di formazione e sulle teorie dell’apprendimento, ho potuto integrare al meglio la mia passione per l’illustrazione, gettando così le basi per quello che sarebbe stato il mio futuro professionale.

Nel corso degli anni sono riuscito a costruire anche un personale metodo di insegnamento del disegno, che utilizzo in tutti i corsi che svolgo, e che a sentire gli allievi, sembra quasi che funzioni!

3) Com’è nata la collaborazione con Biblioteca dei Leoni?

La casa editrice “Biblioteca dei Leoni” mi era stata indicata da un amico musicista. Quello stesso anno, Biblioteca dei Leoni era presente con uno stand alla Fiera del Libro di Bologna. Ci siamo conosciuti li.

4) Ci può dire com’è nata l’idea de “Il postino volante”?

Quando avevo 19 anni abitavo assieme ai miei genitori in un appartamento al quinto piano. Era l’anno della maturità e io studiavo sul terrazzo da cui si vedeva mezza Padova, la mia città. Fu lì che nacque un personaggio molto simile al Postino, probabilmente perché in quel momento avrei voluto io fuggire sulle ali di un automobile d’epoca!

5) Di cosa parla la storia? E sarà un singolo libro o pensa di farne una serie?

Il Postino Volante è innanzitutto un avventuriero. Che poi sia anche un inarrestabile imbranato, per adesso possiamo tralasciarlo. Il Postino è un intrepido e inguaribile viaggiatore giramondo innamorato dell’avventura, un personaggio che nasce già con l’intento di diventare il protagonista di mille peripezie! “Il Postino Volante e i cinque impressionisti perduti” è dunque il primo episodio della serie di “strampalate missioni” che sarà chiamato a compiere. In questa prima puntata, che non è necessariamente la prima in ordine cronologico, il Postino assieme al suo fidato compagno di viaggio Koa, un koala aviatore e tuttofare, vengono incaricati dal museo d’Orsay di Parigi di recapitare cinque famosi dipinti di cinque pittori impressionisti al Nuovo Museo di Togoville in Togo.
E’ una missione delicatissima: si pensi solo al valore economico di quelle opere d’arte! Un incarico ufficiale messo nelle mani di un impacciato e un po’ maldestro portalettere, alla guida di un’alata automobile dei primi del ‘900!

5) Secondo lei l’arte può facilmente essere veicolata ai bambini?

Se c’è una cosa che ho imparato sin da subito lavorando con i bambini è la loro strabiliante capacità di apprendere. Ho potuto constatare questo nei laboratori di Illustrazione che faccio con i bambini del secondo ciclo delle scuole elementari, dove l’età va dai 7-8 fino ai 10 anni. In questa fascia d’età i bambini si sono sempre dimostrati reattivi e vivaci nell’apprendimento, palesando una fantasia ricca e ancora libera dagli schemi sociali.
Grazie a queste esperienze ho imparato quanto sia necessario comunicare con loro attraverso il loro principale canale di dialogo: il gioco. Perché i bambini imparano giocando, e questo è il loro mezzo per comunicare, comprendere e apprendere. “Il Postino Volante e i cinque impressionisti perduti” nasce proprio dall’idea di insegnare alcuni concetti della Pittura e della Storia dell’Arte ai bambini, attraverso questo eccezionale “canale di comunicazione”.
Il libro e in particolare la “parte didattica” del libro, nasce proprio dall’incontro con i bambini e da questi laboratori dove si discute, si raccontano storie il più delle volte strampalatissime e dove si disegna e si colora qualunque cosa: da ciò che ci è venuto in mente in quel momento, al busto del Bernini con una parrucca in testa e circondato da banane (avevamo soltanto quelle ma non potevamo rinunciare alla classica e accademica “natura morta” in un corso di disegno e illustrazione!).“Possiamo chiamarla una “Bananatura”, Grande Maestro?” chiese una bambina. Ovviamente risposi di sì.

6) Ci potrebbe inviare qualche schizzo o bozza in anteprima su “Il postino volante”? Magari qualcosa che non si vedrà sul libro…

Volentieri!

abcde

7) Ci sono stati dei ripensamenti o il progetto è nato come effettivamente l’aveva pensato?

Il progetto è il frutto di anni di ragionamenti. Nel tempo non ci sono stati veri e propri ripensamenti, più che altro si sono aggiunti via via dei “pezzi”: concetti, personaggi, situazioni che all’inizio non erano minimamente stati contemplati. Come Koa ad esempio, che è arrivato dopo. E come ho già avuto modo di dire, molte idee sono nate giocando assieme ai bambini.

8) Cosa le è piaciuto di più di questo progetto e qual è stata la maggior difficoltà nel realizzare questo libro?

In tutti i miei progetti, la difficoltà maggiore rimane sempre la fretta. L’editoria ha delle tempistiche da rispettare e spesso è necessario lavorare in velocità. Questo da un lato mi ha aiutato a velocizzare di molto il mio lavoro, dall’altro rimane sempre un elemento pericoloso perché far conciliare la velocità con la buona qualità di un prodotto è sempre difficile. Nella realizzazione di questo progetto comunque ho avuto la possibilità di “confezionare” un libro illustrato che potesse essere il più possibile vicino alle mie aspettative e questo grazie ad un editore che ha saputo fidarsi di me. Trovare un editore che si fidi quasi ciecamente del tuo modo di lavorare non è facile e sono felice di averlo trovato. Direi quindi che la cosa che mi è piaciuta di più è stata quella di aver avuto la possibilità di creare un libro come piaceva a me e di collaborare con una casa editrice che ha creduto fin da subito in questo progetto.

9) Può anche parlarci di alcuni suoi progetti del passato? Quali sono state le altre storie che ha raccontato ed illustrato? Che tipo di tecnica usa per i disegni?

Da autore di testo e immagini ho pubblicato altri due progetti miei. Uno si intitola “Anything” pubblicato a Taiwan da Grimm Press Publishing che racconta di una signora anziana che un giorno acquista al mercato un merlo indiano e gli insegna a parlare. E’ un racconto che ha un lato poetico, una storia di tutt’altro genere rispetto al Postino, anche se la tecnica pittorica che ho usato è la stessa: grafite e colorazione digitale.
L’altro invece, sempre di taglio umoristico, è “Il Peperoncinaio Magico”, pubblicato in Italia nel 2011 e di cui ora ho ripreso i diritti. Il mio intento è quello di dare al Peperoncinaio una veste nuova, per realizzare una nuova pubblicazione, più raffinata diciamo. La tecnica che ho usato per questo libro è quella delle penne a sfera colorate.
Non le penne a gel! Penne biro! Mi diverto sempre quando ne parlo: avete presente la penna Carioca, quella con dieci colori…ecco, le illustrazioni del Peperoncinaio le ho fatte così!

 

Grazie mille a Damiano Bellino!!

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