Francesco Piazza – “Se vivere è un camminare leggero”

Se vivere è un camminare leggeroEsiste un uomo, un artista, un educatore che porta con se medesimo una forza speciale. Un essere che è qui, con noi, con ciascuno, vivido ed eterno, la cui presenza si traduce in uno sguardo verso il mondo per raccontarlo, per rappresentarlo, per interpretarlo. È come uno sguardo carico di umana pietas, in cui il talento – un talento indiscutibile – si fa ponte che ci conduce alle origini di ciò che siamo. È ciò che accade, effettivamente, osservando le sue acqueforti: precise sin nei minimi dettagli, sognanti, malinconiche e liete assieme, in un ossimoro perfetto, che non si può raccontare, ma solo catturare con gli occhi. Questa magia, però, si verifica anche guardando i suoi quadri, ascoltando le sue poesie, ma, soprattutto, cogliendo ogni cosa con il cuore, nell’uno come nell’altro caso.

Sì, perché Francesco Piazza è ancora qui, anche se è morto oltre dieci anni fa. Francesco, o Checco, per tutti noi che ci sentiamo suoi amici, e che, anche senza averlo conosciuto, ci ritroviamo nel suo umano percorso. Esiste, al presente, non solo perché c’è una fondazione che lo fa ancora vivere – la Feder Piazza, come è stata chiamata in omaggio al cognome dell’amata moglie Annamaria – ma anche perché ancora oggi ciascuno di noi, persino chi non ha avuto l’opportunità di incontrarlo, può però comunque vedere se stesso nel suo sguardo, nei suoi occhi profondi e miti. Ciascuno di noi può ritrovarsi nelle sue opere grafiche e pittoriche, caratterizzate da un realismo lirico che si fa progetto per il futuro, ma che, al contempo, cerca anche il proprio passato; ciascuno di noi può, pure, rintracciare il proprio mondo interiore nelle sue parole scritte. In queste e nella loro meditata riflessione, nella vocazione ineluttabile al bene che le caratterizza e che le rende, oggi più che ieri, attuali e necessarie.

ChecoAnna

 

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“Tipicchio”

“A tu per tu: incontri con l’autore”

intervista a Miriam Baron

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Angelica: Gentile Miriam, proviamo a cominciare dall’inizio: quando è nata in lei la passione della scrittura e soprattutto di una scrittura così particolare come è la poesia per bambini?

Miriam Baron: Il connubio tra suono e parole mi dava gioia. Una gioia che ancora ora rimane impressa nella mia memoria e che viene continuamente alimentata, essendo l’insegnamento un canale bidirezionale, un dare e un ricevere.
L’inizio non è stato dei più promettenti e classici. Ero ricoverata in una stanza d’ospedale, ero piccola, ma l’effetto che un’insegnante, con la passione nel cuore, mi provocò fu sorprendentemente piacevole. Ricordo che mi invitò con semplicità a scrivere una filastrocca e trovai il compito che mi venne proposto assolutamente piacevole. Quell’insieme di parole in rima che avevo abbozzato risvegliarono in me una sensazione di piacere interiore e una tale soddisfazione che mai più avrei dimenticato: avevo scritto la mia prima filastrocca!
Crescendo questa passione cresceva con me. Lontana ancora dai 15 anni, il libro che per primo amai fu il libro delle filastrocche dell’Enciclopedia dei 15.
Era ed è tuttora il mio tesoro. È datato 1968, ma copertinato e tenuto in palmo di mano, non porta i segni dell’età e la lettura delle filastrocche che contiene colora l’aria aggiungendovi un pizzico di sana allegria, uno degli ingredienti principali del mio lavoro.

Angelica: C’è una filastrocca che ricorda ancora con piacere?

Miriam Baron: La mia filastrocca preferita di quel libro? La vispa Teresa! Poemetto che apprezzo tuttora dalla mia tenera età di vivace quarantacinquenne.
Poter tingere la quotidianità dei miei bambini con queste frasi dalla fonetica baciata, alimentare momenti di condivisione di sorrisi e di emozioni, percepire che loro assimilano la mia passione, mi rinvigorisce. Questa condivisione giocosa, questo loro tentativo di creare una relazione tra le parole, ossigena e rafforza la mia creatività interiore.
A pensarci bene… l’ascolto di una filastrocca non è come mangiare qualcosa di dolce? Solo che lo si fa con le orecchie?

Angelica: Leggendola si ha come l’impressione che scrivere e insegnare siano due aspetti diversi di un medesimo progetto. È un’impressione corretta?

Miriam Baron: Scrivere e insegnare sono sicuramente due ambiti strettamente connessi tra di loro.
Avere il privilegio di lavorare in una scuola dell’infanzia, in stretta relazione con i bambini, non può far altro che alimentare questo legame tra le due discipline.
Lo stare quotidianamente con loro, il poterli ascoltare, il poter condividere con loro emozioni, mi permette di cogliere sul campo quelle che sono le loro difficoltà e le paure, ma soprattutto i loro interessi e le loro vive passioni.
L’ambiente educativo è stato e rimane una fonte di incessante ispirazione, luogo ideale dove poter coltivare la mia grande passione per il meraviglioso mondo delle filastrocche.

Angelica: E questo particolare progetto? Ci può raccontare quando e come è nato?

Miriam Baron: Tipicchio è nato proprio nell’ambiente scolastico, esattamente cinque anni fa, “i miei piccoli bambini della classe 2010”, hanno contribuito alla prima stesura del racconto che è avvenuta in maniera discorsiva insieme a loro.
Durante un momento di “circle time” ho proposto loro di inventare una storia, dopo la richiesta di scrivere un racconto su un mostro che picchiava tutti indistintamente, ho guidato la conversazione con opportune domande e, trascrivendo le risposte dei bambini su un quaderno, mi stupivo di ciò che stava emergendo. Se lo scopo iniziale era quello di farmi aiutare da loro a trovare soluzioni concernenti questa dolente tematica, il fine è stato incredibilmente superiore.
Rileggendo quegli appunti mi si è accesa un’idea. Quello sarebbe potuto diventare un libro? La freschezza e la genuinità delle idee che conteneva non poteva essere tralasciata.
Così ho deciso di trascriverlo con la modalità che più sento mia: la rima.

Angelica: Insomma, è stato in quel momento che il libro ha cominciato a prendere forma?

Miriam Baron: Ricordo limpidamente la sera in cui l’ho abbozzato, seduta sul letto, col pc sulle ginocchia, con la spontaneità che dalle dita si trasmetteva ai tasti, tutto d’un fiato.
Le successive revisioni del testo hanno richiesto maggiore attenzioni e cure, affidate a un tempo lento, paziente, fatto di letture e riletture.
Il testo c’era, ma ora… come poter dare un volto ai personaggi del racconto? Mi serviva un’illustratrice. E tra le mamme dei miei bimbi ispiratori c’era Antonella Todaro. Mi aveva parlato della sua passione per il disegno, così le ho parlato del libro.
Il suo è stato un sì a trecentosessanta gradi, senza pensarci neppure un minuto ha accettato di affiancarmi in questo avventuroso viaggio nel mondo dell’editoria.

Angelica: Come è venuta in contatto con la Biblioteca dei Leoni?

Miriam Baron: Lo step più tortuoso è infatti stato quello di trovare la casa editrice a cui proporre il nostro lavoro. Dopo vari tentativi non andati a buon fine, seguendo il suggerimento di mio marito, che mi ha sempre sostenuta in questo viaggio, siamo arrivate alla fiera del libro a Bologna e proprio lì abbiamo conosciuto la casa editrice Biblioteca dei Leoni, alla quale possiamo solo essere grate per aver creduto in noi e per averci dato la fiducia e la possibilità che stavamo cercando da tempo.
Così, da un concatenarsi di tante persone e circostanze, dalla costanza e dalla determinazione di portare avanti il nostro sogno, siamo arrivate alla meta, alla pubblicazione del nostro amato libro, Tipicchio. Un nome che racchiude in sé un personaggio con un bisogno interiore comune, coperto da un travestimento ancora più comune, la rabbia, che non necessita altro se non comprensione e amore!

Angelica: L’idea centrale sembra essere quella di far riflettere i bambini attorno a temi come l’accettazione dell’altro, che passa necessariamente attraverso l’accettazione di se stessi. È d’accordo?

Miriam Baron: Sì. Abbiamo bisogno innanzitutto di conoscerci, di acquisire la consapevolezza di quali sono i nostri bisogni, di saper accettarci per come siamo, per poter poi gradualmente dirigerci verso l’altro. L’incontro con l’altro certamente ci cambia. Una persona al di fuori di noi che sa comprendere le nostre emozioni, sia positive che negative, può essere colei che ci guida verso l’accettazione completa di noi.
Il mostro Tipicchio “ha imparato a stare insieme agli altri senza picchiare”, dopo aver superato la rabbia iniziale, ha iniziato a prendersi cura di sé e del proprio corpo. Ha recuperato l’amore e il rispetto di se stesso grazie alle relazioni interpersonali.

Angelica: Infine le chiediamo quali siano i suoi progetti in questo settore.

Miriam Baron: Certamente, l’immaginazione e le parole sono in continuo fluire.
Abbiamo già tante idee che luccicano nella testa e non vediamo l’ora di poterle nuovamente esprimere: io attraverso le parole e Antonella attraverso matite e pennelli!
Per adesso il nostro progetto è quello di continuare a raccontare storie che parlano di emozioni e ci auguriamo che il prossimo racconto possa colorare la vita di ogni bambino come un rassicurante e tiepido raggio di luce.

Angelica: Un augurio che condivido di cuore, quindi grazie per la sua disponibilità e buon lavoro.

 

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“Alla ricerca del Capitano Grant – Le avventure di Miss Grant”

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Continua in questo secondo libro l’appassionante saga di Isabel, una quindicenne coraggiosa alla ricerca del proprio padre, il ca­pitano John Grant, della regia marina inglese, scomparso durante una missione nelle isole del mar dei Caraibi. A Londra, dove è ar­rivata, come abbiamo visto nel primo libro, accompagnata da pa­dre René, Isabel fa incontri straordinari: nei pressi del nuovo teatro “The Globe” conosce William Shakespeare con il quale stringe una singolare amicizia; ancora più straordinaria l’udienza privata che le concede la regina Elisabetta, che la autorizza ad imbarcarsi, scorta­ta da padre René, su una nave da guerra in partenza verso i Caraibi.

A bordo ritrova un personaggio infido ma anche amici leali. Le vicende di questo secondo libro terminano quando oramai i no­stri protagonisti sono nei pressi delle isole caraibiche.

A tu per tu: incontri con l’autore”

Intervista a Giovanni Magnani

Angelica: Buongiorno Giovanni, è un piacere avere l’occasione di scambiare due chiacchiere con te.

Magnani: Il piacere è mio, Angelica.

Angelica: È prossima l’uscita del secondo racconto della saga di Isabeaux Grant, inutile chiederti che effetto ti fa.

Magnani: (ride) Naturalmente ne sono molto felice e ringrazio di cuore l’editore, che, insieme a Paolo Ruffilli, ha voluto dare spazio a questi romanzi dove avventura e sentimento dominano la scena.

Angelica: Effettivamente anche io ho avuto la medesima impressione e, come sai, ne sono rimasta entusiasta, al punto che il nome della protagonista è diventato il mio nickname.

Magnani: (ride ancora) Ne sono onorato e ti ringrazio molto.

Angelica: Torniamo al tuo romanzo: avevamo lasciato Isabel a Londra, a casa dei nonni, sempre più determinata a partire…

Magnani: E partirà, ma non subito, prima racconteremo i mutamenti della sua giovane vita: l’affetto che cresce con la nonna, l’incontro con il severo James Cavendish, suo nonno, l’amicizia straordinaria con William Shakespeare, che le fa scoprire il teatro e le apre ancor più la mente e il cuore.

Angelica: Naturalmente sempre con padre René al suo fianco.

Magnani: Vedi, padre René è il personaggio di cui vado più orgoglioso. Gli altri, da John Grant a padre Anthony o all’infido sir Baltimore e a molti ancora che i lettori incontreranno e impareranno a conoscere, pur avendo una loro precisa personalità, sono però anche delle rivisitazioni delle più classiche figure del romanzo d’avventura. Si pensi alla stessa Isabel e al tema della giovinetta travestita da ragazzo: da Bradamante nel Furioso, alla Freccia nera fino a giungere ad un anime come Lady Oscar, è un topos molto amato e molto condiviso nella letteratura per ragazzi.

Angelica: E invece padre René?

Magnani: Padre René mi appare un personaggio tutto nuovo, caratteristico e caratterizzante. Man mano che la saga prosegue, acquista un ruolo sempre più netto, con quel suo spirito in buona misura surreale, con la tendenza a battibeccare con chiunque e con i suoi numerosi talenti, non ultimo quello di essere una lama particolarmente affilata.

Angelica: Sono d’accordo e, aggiungerei, è un personaggio di straordinaria simpatia umana.

Magnani: Mi fa piacere che tu lo dica.

Angelica: Ma come è nato padre René? Lo avevi previsto fin dall’inizio?

Magnani: No, in assoluto. È nato per caso, quando, nel primo libro, Isabel bussa alla porta del convento di padre Anthony. Doveva essere una figura di passaggio, un personaggio divertente, ma del tutto occasionale e poi invece… A volte capita quando si scrive, che la storia prenda a correre per suo conto, senza che l’autore lo avesse previsto.

Angelica: Lo dice anche il grande scrittore spagnolo Javier Marías. Ma torniamo al tuo libro: ci sono personaggi nuovi, oltre a quelli di cui abbiamo già parlato?

Magnani: Più d’uno e tutti, a mio avviso, con una funzione ben precisa all’interno della narrazione. Del resto Isabeaux sta diventando grande e anche l’amore, tra le avventure, avrà la sua parte, soprattutto a partire dal terzo libro, ma non vorrei svelare troppo e con troppo anticipo.

Angelica: Bene, allora non resta che augurare ai lettori buona lettura e ringraziare te per la piacevole chiacchierata.

Magnani: Sono io che ti ringrazio e a presto.

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Isabeaux Grant

Sono Angelica e, non senza un filo, anzi una buona dose di emozione, sono qui perché da qualche giorno faccio parte dello staff che si occupa del blog della Biblioteca dei Leoni. Insomma, da questo momento in avanti, per la verità già da un po’, vedrete i miei post, firmati Isabeaux Grant: il nome è quello di un personaggio di un romanzo per ragazzi pubblicato da questa editrice, figura a me molto cara.

Ringrazio sia l’editore, che la mia scuola (ebbene sì, vado ancora a scuola: quarta Scientifico dell’Astori di Mogliano) che, già l’anno scorso, mi hanno dato una simile opportunità.

Personalmente credo che ciò che in sé appare non utile, ovvero non immediatamente spendibile in una qualche attività di ordine pratico e speculativo, sia in se medesimo prezioso, perché dà spazio a quella parte di noi che è fatta di sogni, di desideri, di felici illusioni. In altre parole dà spazio a ciò che cerca il senso del nostro esistere.

Leopardi, sì proprio lui, ha scritto:

Sappi che dal vero al sognato non corre altra differenza se non che questo può qualche volta essere molto più bello e più dolce, mentre quello non può esserlo mai.

Dunque a presto.

 

Fango con le ali

Il cielo in una stanza ci sta
un pochino stretto, come il cuore
dentro il petto, come
il sangue nelle vene, che mi dice
non conviene esser fango
con le ali,
esser sogno nella notte,
che ti sfugge tra le mani
quando giunge il tuo domani.

Ma se questo è il mio destino,
se per questo sono nata,
meglio fango con un cuore
purché batta all’impazzata,
meglio polvere con l’anima
ma che voli in alto,
appassionata.

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Tipicchio

di Miriam Baron e Antonella Todaro

 

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La fantasia e la formazione

Il maestro non deve insegnare pensieri, ma deve insegnare a pensare.

(Immanuel Kant)

Questo è anche il pensiero di Miriam Baron, docente di scuola per l’infanzia e autrice di questo bel lavoro, che è il risultato conclusivo di una vera e propria attività laboratoriale, svolta assieme ai suoi piccoli allievi, ai quali è stato dato il compito di inventare una storia attorno ad un mostro cattivo e violento, ma che infine si ravvederà e imparerà ciò che nessuno gli aveva insegnato: rispettare ed essere rispettato, ovvero il primo fondamentale passo verso un modo giusto di amare. È appunto in tale maniera, come si diceva, che si insegna a pensare, ma si insegna anche l’attenzione verso l’altro e la tolleranza, di più, l’accettazione di chi  è diverso da noi e insieme l’accettazione di se stessi, con tutto il carico di quelle piccole e grandi paure, che ci perseguitano sin da bambini e con cui dobbiamo imparare a convivere. Quando si può, anche a sorriderne.

Con simili intenti è nato Tipicchio, il libro come il personaggio, al pari di un piccolo romanzo di formazione e di auto-formazione, che serva a chi cresce, ma anche a chi è già cresciuto. La sua storia, sgorgata liberamente dalla fantasia dei bambini,  è stata poi riscritta in rima dall’autrice, sotto forma di una piacevole filastrocca dal sapore antico e insieme attualissimo.

A completare e arricchire questo felice e originale lavoro, ha contribuito con il suo   stile dai tratti graffianti e, per l’occasione, lietamente fiabeschi, Antonella Todaro, decoratrice, restauratrice e pittrice di talento, che, attraverso l’attività di illustratrice, ha scoperto un mondo espressivo più libero e lieve.

Arte è quando – ci dice, citando Ruskin – la mano, la testa e il cuore vanno assieme.

Insomma, il talento messo al servizio delle idee e le idee messe al servizio del nostro intimo sentire, che in questo lavoro si risolvono in un riuscitissimo connubio tra le parole in rima e i tratti di una matita.

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FUGA DAL BUNKER

Franco Massari, “Fuga dal bunker”, romanzo, Biblioteca dei Leoni

9788898613953_Fuga-dal-bunker-1Hitler non è morto suicida nel bunker della Cancelleria del Reich a Berlino

Adolf Hitler ed Eva Braun non si suicidarono il 30 Aprile 1945 nel bunker della Cancelleria del Reich. I russi, i primi a essere entrati a Berlino all’epoca dei fatti, hanno testimoniato con alcune foto la morte del dittatore nazista e della Braun. Foto che però ritraggono due scheletri anneriti, assolutamente irriconoscibili. I documenti del Kgb resi noti dopo il crollo del regime comunista hanno rivelato che i corpi ritrovati non corrispondevano in realtà a quelli di Hitler e di Eva Braun. Alla fine della guerra gli Stati Uniti hanno dato la caccia ad Adolf Hitler, ponendo da subito forti dubbi sulla effettiva credibilità delle affermazioni offerte dai russi e sull’evidente omertà che le aveva accompagnate. I documenti dell’FBI, oggi desecretati, testimoniano che Adolf Hitler non si è suicidato ed è fuggito dalla Germania prima dell’entrata dei russi a Berlino. Alcuni indizi avevano portato alla conclusione che Hitler si fosse rifugiato in Argentina. Ma Hitler non era stato trasferito in Argentina, dove i servizi segreti israeliani lo avrebbero prima o poi scovato. Hitler ha scelto un’altra via di fuga, le cui modalità e la cui meta ci rascconta il romanzo di Franco Massari “Fuga dal bunker”.

Nel racconto di Massari, documentato fino a dove esistono prove e immaginato secondo quanto gli indizi suggeriscono, con una forte suspence in presa diretta assistiamo alla luciferina trama attraverso cui alcune SS fedelissime del fürer organizzano le varie fasi della fuga, facendo luce sul mistero e sui segreti della scomparsa di Hitler, fino all’epilogo di una vicenda tra le più sorprendenti del XX secolo.

Un romanzo intrigante sulla fine di Hitler, scritto da un esperto del nazismo, periodo al quale ha dedicato altri approfondimenti narrativi relativamente a singole figure e a episodi clamorosi come la notte dei cristalli

Franco Massari è nato a Venezia nel 1947. Laureato in lingue straniere, dopo varie esperienze professionali nei paesi arabi e in Sudafrica, vive dal 1981 a Monaco di Baviera. Ha pubblicato i romanzi La pazzia di Orfeo (2004), Le castagne di Bassano (2009), Ganymede e la notte dei cristalli (2013) e i gialli L’uomo strabico (2005), La mano di bronzo (2006).

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I GIALLI DEL COMMISSARIO BERNARDI

Gialli

Il commissario Fulvio Bernardi, in servizio alla Questura veneziana di San Lorenzo, verso i 50 anni ben portati, scapolo un po’ dongiovanni, buongustaio con attenzione al bere e al mangiare,  con una passione per la scultura, si muove per i quartieri, i caffè, i locali, gli alberghi, le botteghe, i mercati, della città e delle isole (Burano, Murano, Torcello…) dietro al suo fiuto che ogni volta lo guida sulle tracce dei malviventi e dei loro delitti. Noto per i suoi metodi creativi nel condurre le indagini e tollerato con circospezione dal questore per gli ottimi risultati ottenuti, ha come suo braccio destro l’agente Erminio Basso, fedele e preciso esecutore dei suoi ordini. Ha una relazione con una piacente nobildonna veneziana, divorziata, la contessa Ludovica Soranzo, della quale subisce il fascino, resistendo alla gelosia pressante della donna e nello sforzo di non rimanere prigioniero del suo carattere possessivo.

Le prime due storie riunite in un unico volume:

Un cadavere e mezzo” – Una ragazza esanime sulla fondamenta di un canale di Venezia. Un cadavere? Diciamo… mezzo. L’importante è che l’aggressore ne sia convinto. Un giornalista fiuta lo scoop e collabora con il commissario Bernardi che, dietro a un raro reperto, certificato da un famoso archeologo e da un celebre esperto di iscrizioni assire, scopre un intrigo di danaro e di passione.

Senza scarpe” – A bloccare una crociera in partenza da Venezia sono, uno dopo l’altro, un cadavere femminile privo di scarpe e successivamente un cadavere maschile, ripescati entrambi non lontano dalla questura. Il commissario Bernardi conduce la sua inchiesta a bordo districandosi nel labirinto di corridoi, cabine sale e saloni della grande nave.

L’autore, Giulio Barbarigo, pseudonimo di un veneziano di lungo corso, conoscitore dei luoghi e di tutte le trame d’amore, di potere, di affari della sua città, attraverso le storie che hanno come protagonista il commissario Bernardi ci conduce con piacevole suspense, oltre che alla soluzione degli intrighi e dei delitti, alla scoperta dei molti segreti, traffici, vizi, virtù e misteri di una Venezia che vive all’ombra del suo grande passato di Serenissima Repubblica tra grandi raffinatezze superstiti e il becero turismo contemporaneo.

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